BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Insegnare in inglese? Sì, ma senza dimenticare l'italiano…

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

InfoPhoto  InfoPhoto

Peraltro, come è noto, i corsi in inglese servono alle università per “fare punti” nella graduatoria dell’internazionalizzazione. Si ritiene probabile che arrivino più studenti dall’estero se i corsi sono in inglese invece che in italiano. È un argomento plausibile, confortato, sembra, dalle statistiche. Si afferma pure che, sollecitando gli studenti italiani all’uso dell’inglese accademico, si favorirebbe una mentalità più “internazionale” in Italia. Sia consentito qualche dubbio; più probabilmente, si rafforzerebbe una nuova varietà di inglese – l’inglese parlato dagli italiani. Il mondo pullula ormai di varietà di inglese in bocca a individui che non sono anglofoni madrelingua. È lecito dubitare che ciò favorisca una mentalità “globale”; più fondato è ritenere che si ottenga uno sradicamento dalla propria storia.

Ammettiamo comunque che gli studenti abbiano già conoscenze adeguate di “everyday English”. Oltre che a scuola, l’hanno appreso per i fatti loro (con le letture, le canzoni, con la navigazione sul web o con le amicizie). L’uso dell’inglese a lezione ha vantaggi e svantaggi. Dipendono dal mittente, dal destinatario e dal messaggio stesso. Può darsi che un docente non sappia pronunciare bene le parole, ma riesca lo stesso a farsi capire anche da un pubblico non interamente italofono. Nella comunicazione quotidiana si punta a comprendere, non a fare le pulci a chi parla; l’uditorio si adatta subito alla pronuncia del docente e interpreterà nel modo corretto certe strane produzioni foniche, come, per esempio, “manàggement”, che non è proprio una delle varianti prevedibili da un inglese madrelingua (vi è poi il caso di “mènager”, che fa sorridere gli italofoni, per l’accostamento con “menare”, ma non dice molto a chi non sappia l’italiano). Peraltro, non solo docenti italiani hanno difficoltà con l’inglese. Ricordo un insigne cattedratico francese che citava un “seoreticàl problèm” e l’uditorio (internazionale) capiva “theoretical problem”. Le pronunce infelici sono un guaio solo se impediscono la comprensione o generano fraintendimenti nell’uditorio (“three” pronunciato come “tree” o come “free”). Considerazioni analoghe possono valere per la sintassi o per gli intercalari o per altro ancora: va tutto bene, a patto che la comunicazione abbia successo.

Ma che significa “avere successo”? Dipende dal tema, dall’uditorio, dal mittente. Si può certo dire che il linguaggio di una lezione di fisica sia fatto di termini, proposizioni, relazioni fra proposizioni. Ed è un fatto che il contenuto di questi elementi tende a essere chiaro, esplicito e univoco. Appare evidente che si deve trasmettere qualcosa a riguardo di una porzione di realtà in esame – un “qualcosa” che non varia quando mutano gli interagenti: il mittente e il destinatario possono cambiare, il messaggio deve restare costante. Le emozioni suscitate in Tizio dall’esposizione di un teorema non saranno condivise da Caio. Questo non rende insensate quelle emozioni, che anzi fanno della comprensione un’esperienza umana. Piuttosto, quegli stati d’animo non sono parte del contenuto che i termini e le proposizioni della disciplina trasmettono. Lo stesso vale per le emozioni suscitate (deliberatamente oppure no) dal docente. 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >


COMMENTI
31/08/2012 - promuovere l'italiano è da italiani fieri (francesco taddei)

sempre su queste pagine si raccomandava di sostenere la promozione della lingua italiana all'estero su quelle che sono le nostre specificità, come per es. la lirica (o la canzone in generale, grazie ai nuovi licei musicali) la letteratura, l'arte e la religione (in modo che chi ha voglia di studiare giotto abbia voglia anche di venire in italia per imparare l'italiano) e se vi sono altri campi facciamoli presenti.