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SCUOLA/ Insegnare in inglese? Sì, ma senza dimenticare l'italiano…

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Tuttavia, è pur vero che un bravo docente, a lezione, mira a trasmettere all’uditorio anche il proprio interesse e la propria passione per la disciplina. Questo è parte della comunicazione didattica, la quale non si produce per la virtù denotativa del linguaggio “tecnico”, ma per la natura del rapporto interpersonale che fa della trasmissione dei contenuti un’esperienza umana, nella concreta esistenza di ciascun individuo: è allora che la trasmissione del sapere non produce solo un aumento di informazione e non si lascia rappresentare come un semplice scarto fra stati informativi di una macchina che simula il funzionamento della mente umana. Chiarezza e precisione dei contenuti; efficacia e scrupolo nella comunicazione didattica non si lasciano facilmente scindere. 

Vogliamo usare l’inglese? Facciamolo pure. Nihil obstat, purché non si perda di mira il duplice scopo della lezione: far comprendere contenuti e coinvolgere il destinatario nell’avventura della conoscenza scientifica. Nel “coinvolgimento” (ingl. “involvement”) la dimensione emozionale è tutt’uno con quella cognitiva: si comprende per il fatto che si prova interesse e l’interesse aumenta il bisogno di capire. Questo non è uno stato d’animo, ma un processo, un moto del cuore umano che si appassiona alla realtà e tende ad aderire ad essa per coglierne la ragionevolezza profonda che la costituisce. 

Per far questo servono molte cose. Anzitutto, ci vogliono docenti che abbiano a cuore il destino degli studenti e siano capaci di fare lezione. Poi serve una conoscenza dell’inglese adeguata sia alla trasmissione delle nozioni sia alla comunicazione didattica: l’intonazione, la prosodia, il ritmo e la velocità dell’enunciazione hanno qui un compito fondamentale e il docente deve saperne fare uso. Più complesso è l’ambito dei gesti e dei movimenti del corpo (controllati o spontanei): qualcuno dirà che il gesticolare proprio degli italiani non è congruo con un discorso tenuto in qualche varietà di inglese “globale”. Si può ribattere facendo presente che il pubblico riuscirà in qualche modo a interpretare gesti mai visti prima: del resto, gli italiani non gesticolano tutti allo stesso modo; peraltro, si converrà che il docente è tenuto (ingl. “should”) a fare gesti in modo sobrio.

A ben vedere, le esigenze poste dall’insegnamento in inglese si possono far valere anche per l’insegnamento in italiano. Chiarezza, univocità dei contenuti; efficacia della comunicazione didattica sono requisiti ragionevoli di ogni lezione. Nelle aule universitarie, la lingua italiana soffre già per conto suo. L’arrivo dell’inglese non la impoverirà, perché è già impoverita in maniera “drammatica”, come si dice oggi, con un brutto anglicismo.



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COMMENTI
31/08/2012 - promuovere l'italiano è da italiani fieri (francesco taddei)

sempre su queste pagine si raccomandava di sostenere la promozione della lingua italiana all'estero su quelle che sono le nostre specificità, come per es. la lirica (o la canzone in generale, grazie ai nuovi licei musicali) la letteratura, l'arte e la religione (in modo che chi ha voglia di studiare giotto abbia voglia anche di venire in italia per imparare l'italiano) e se vi sono altri campi facciamoli presenti.