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SCUOLA/ Formazione insegnanti, difficoltà di avvio e dati su cui riflettere

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Alcuni insegnanti in una foto d'archivio (Foto: Infophoto)  Alcuni insegnanti in una foto d'archivio (Foto: Infophoto)

Rari e circoscritti, ma qui servirebbero dati più puntuali, i casi di corsi accademici affidati a insegnanti o ex insegnanti con consistenti percorsi professionali nella scuola. L’anomalia di una categoria che forma a una professione non conosciuta a sufficienza (se non dall’esterno) e che non ha mai, o ha pochissimo, praticato, - è alla radice dell’insoddisfazione circa la qualità della formazione all’insegnamento. Questa fu anche la più forte e diffusa denuncia di inefficienza che gli studenti, specializzandi, lamentarono nelle prime fasi di avvio del percorso Ssis, quando tutti gli insegnamenti di didattica disciplinare e laboratorio furono affidati ad accademici che, anche quando declinavano i corsi verso impostazioni differenti da quelle dei loro corsi nelle lauree disciplinari, mancavano della solidità di argomenti che può mettere in campo chi ha sperimentato, vissuto ed elaborato metodologie, problemi, criticità nella scuola. Ci si passi l’analogia: sarebbe come affidare nella laurea in medicina la formazione alla specializzazione in chirurgia a chi non ha mai preso in mano un bisturi.

Una denuncia che non restò inascoltata dagli stessi docenti e dai coordinatori dei corsi, ma che in alcuni atenei fu del tutto ignorata. Bisogna riconoscere il merito ai numerosi accademici che avevano capito come da una reale collaborazione fra scuola e università potessero nascere qualità della formazione all’insegnamento e nuovi spunti di ricerca. Un'alleanza fra ricerca nella didattica e sperimentazione, orientata alla costruzione di modelli efficaci, in grado di funzionare solo se i due soggetti, scuola e università, trovano un modello di relazione efficace. Un modello che nelle Ssis si andava faticosamente, ma progressivamente, ricercando e sperimentando, e che, nei casi più virtuosi, aveva creato valore e qualità.

Non è più possibile rinviare una discussione seria e aperta sul  problema costituito, insieme, dalla qualità della formazione dei formatori degli insegnanti e dal nodo dello sviluppo professionale degli insegnanti nella didattica, se si vuole nello stesso tempo rendere efficaci i percorsi di formazione e motivare il lavoro degli insegnanti che vogliono investire nelle loro competenze.

Per fare questo l'università deve abbandonare una troppo spesso rilevata autoreferenzialità nel campo della didattica scolastica, mettendosi finalmente, ce n’è l’occasione in questi mesi con l’applicazione del D.M. 249/2010, su un piano paritario e dialogico con la scuola, con i suoi insegnanti, con i suoi dirigenti scolastici. Purtroppo i segnali, dopo la chiusura delle Ssis, vanno in direzione opposta: interrotte le collaborazioni faticosamente e lentamente attivate nei dieci anni (2000-2009) delle scuole di specializzazione, l'università sembra ritornata, salvo le eccezioni portate avanti da chi non ha dimenticato il valore di quell’esperienza, a lavorare da sola. Rarissime e circoscritte sono state le occasioni di coinvolgimento di insegnanti e dirigenti della scuola nell’affrontare il problema di come mettere in pista i TFA, nonostante l'offerta di disponibilità che molti docenti della scuola hanno esplicitamente offerto agli atenei.



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