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SCUOLA/ Quel vuoto educativo che nessun software può colmare

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Informatica a scuola (Infophoto)  Informatica a scuola (Infophoto)

Se il Cognitivismo è una teoria che ci ha permesso di meglio indagare sui processi di apprendimento, le TIC, nate quarant’anni dopo, hanno, in qualche misura, confermato sperimentalmente le ipotesi cognitiviste modificando questi processi e incidendo sulle strutture cerebrali di cui parlavo all’inizio. Hanno, inoltre, contribuito all’aumento della velocità con la quale avvengono queste modifiche e, con esse, le mutazioni cerebrali in termini di connessioni neuronali. Una branca delle neuroscienze studia questi cambiamenti mentali.

L’innovazione tecnologica nelle scuole è avvenuta in modo graduale e, spesso, incontrando resistenze da parte di molti docenti soprattutto, e non solo, dell’area umanistica. Una massiccia campagna di formazione avvenuta dal 2000 al 2007 ha facilitato l’uso dei Pc e delle Reti anche se la mancanza di fondi ne ha ritardato la diffusione capillare. Ogni scuola doveva realizzare una rete di Istituto e un sito che negli anni è diventato un portale di accesso a molti servizi resi accessibili dalla scuola stessa. Sono stati e, per certi versi lo sono tuttora, anni difficili per quei docenti consapevoli dell’importanza delle Tecnologie, ma anche con la netta percezione di due grosse lacune: recuperare un gap tecnologico sempre più significativo nei confronti dei loro discenti (digital divide) e adattare la loro didattica non soltanto per proporla attraverso nuovi strumenti, ma innovandola metodologicamente rivedendo gli statuti epistemologici e modificando lo stile d’insegnamento.

Il grande sforzo di questi insegnanti è, talvolta, da essi percepito come vano perché non è tanto un problema di imparare a usare strumenti sempre più sofisticati quanto possedere un livello cognitivo in sintonia con lo strumento o, meglio, con il software che lo comanda. I bambini e gli adolescenti di oggi, a differenza di quelli nati 4-5 anni prima, hanno questa caratteristica e il loro modo di interagire è in simbiosi con la macchina: siamo già arrivati a comandi vocali nella comunicazione con essa e non è lontano il tempo in cui un microprocessore sarà impiantato e connesso con i circuiti neuronali del cervello. Il pensiero di questi ragazzi non è più completamente analogico, ma si sta spostando verso la modalità digitale; l’informazione viene elaborata per “pacchetti discreti”, come fa un computer, e utilizzata per il tempo necessario alla trasmissione verso altri o alla sua cancellazione. Questo mette in crisi il concetto stesso di apprendimento o, almeno, quello convenzionale.

Un possibile modo per tenere legati alla scuola e al suo messaggio formativo gli alunni delle ultime generazioni rimane quello di instaurare con essi una buona relazione didattica basata su un rapporto di fiducia e di collaborazione con il docente che costruisce insieme al discente le competenze disciplinari e trasversali (quelle di cittadinanza) attraverso un percorso didattico che preveda un’alternanza tra chi impara e chi insegna. 



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