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SCUOLA/ Tutti i problemi di un concorso che fa fuori Tfa e autonomia

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Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)  Il ministro dell'Istruzione Francesco Profumo (InfoPhoto)

Un momento. Rimaniamo per un attimo sul tema del merito. Dove sono i criteri meritocratici di selezione, visto che stiamo agendo su categorie «protette» di insegnanti che, comunque vadano a finire le prove di selezione, entreranno comunque in ruolo nella scuola, magari fra qualche anno? Quando parliamo di queste cose occorre sempre una riflessione di lungo corso. Se invece apriamo la possibilità di abilitare semplici laureati per concorso avremo a che a che fare con persone di 40-50 anni − per carità, tutte rispettabilissime e competenti −, alcune delle quali, azzardo quest’ipotesi, sono ormai fuori dal mondo della scuola e fanno altro. E qui viene la seconda questione, più raccapricciante, legata alla sua domanda.

I non abilitati, giusto?

Sì, ma chiediamoci: di quali non abilitati stiamo parlando? Potranno accedere al concorso anche i non abilitati con laurea − o diploma se si tratta di diplomati − conseguita entro l’anno accademico 2001-02. Ora, appare fuori da ogni logica dare una possibilità di abilitazione a 40-50enni quando c’è un canale abilitante predisposto per le nuove generazioni, e cioè il Tfa. Torna allora la domanda di fondo: chi sono i giovani per questo governo? Perché non dev’essere possibile entrare in ruolo oggi, tra i 20 e i 30 anni d’età, dopo aver completato gli studi?

Lei diceva poc’anzi che occorrerebbe, prima di bandire il concorso, una revisione della disciplina concorsuale.

Formazione iniziale e Tfa hanno permesso di acquisire un principio fondamentale che va salvaguardato, quello della distinzione tra abilitazione e reclutamento. Ovvero: non perché ho l’abilitazione ho anche diritto ad un posto. Ma allora, perché il Miur ha deciso nel 2012 di riferirsi a una normativa del ’99, che prospettava scenari completamente diversi sia per l’abilitazione che per il reclutamento? A quell’epoca non c’erano ancora né le Ssis né la formazione iniziale in università, e neppure le graduatorie permanenti, che nacquero in quegli anni. Posso capire che ci sia una fase finale di abilitazione per non abilitati attraverso forme concorsuali ministeriali, ma non riesco ad accettare che il reclutamento, oggi, avvenga in primis mettendo tutti, più categorie, dentro in un unico calderone.

Ma che differenza fa, scusi?

Il punto è proprio questo. Perché vede, dal ’99 ad oggi c’è stata una maturazione legislativa, dalla quale a mio avviso non si può prescindere, a meno di non volere consapevolmente azzerare tutto e riportare indietro il calendario. Il Parlamento in questi anni è andato avanti; si discute, da tempo, di un maggiore ruolo delle autonomie scolastiche, anche nel reclutamento. Può esserci una selezione, possibilmente seria, che prescinde da una valutazione dei professionisti fatta dalle scuole o da reti di scuole, e circoscritta regionalmente?

Il concorso sarà su base regionale.



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COMMENTI
12/09/2012 - Mancano 11,8 mld alla media Ocse (Vincenzo Pascuzzi)

Tanto concorso per nulla. 1) Mi sembra che proprio nessuno voglia il concorsone proposto da Profumo: Aprea lo critica coerentemente ai suoi particolari obiettivi; altri (io compreso) dal versante opposto (http://www.retescuole.net/contenuto?id=20120911171357); 2) Mi sembra gratuita e infondata l’affermazione di V. Aprea: “Ora, appare fuori da ogni logica dare una possibilità di abilitazione a 40-50enni quando c’è un canale abilitante predisposto per le nuove generazioni, e cioè il Tfa”. La logica la conosceranno gli interessati. 3) Il ministro e il governo glissano sul fatto che Ocse assegna all’Italia il fanalino di coda negli investimenti per la scuola: “Complici i tagli apportati negli ultimi anni [e l’Aprea ne sa qualcosa!], l'Italia è scivolata al penultimo posto tra i paesi industrializzati per la spesa nella scuola. Come sottolinea un rapporto dell'Ocse, con una spesa per l'istruzione pari al 9% del totale della spesa pubblica la penisola è al 31° posto su 32 paesi presi in considerazione, contro una media Ocse del 13%. Solo il Giappone è più avaro nei confronti della scuola. La spesa, sottolinea lo studio Education at a glance, è inoltre in calo rispetto al 9,8% del 2000 e se rapportata al Pil è pari al 4,9% contro il 6,2% della media Ocse, confermando la posizione di fondo classifica dell'Italia (31ª su 37 paesi)”. 4) Dal 4,9% al 6,2% la differenza è pari a circa 11,8 mld di euro!