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SCUOLA/ Se un bambino di 5 anni mette in crisi l'Elefante conservatore

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L’età dell’adolescenza, già effetto “artificioso” delle nuove condizioni della produzione e del lavoro della seconda metà dell’Ottocento (si pensi alle leggi che giustamente hanno proibito il lavoro infantile), oggi viene anticipata e perciò dilatata all’indietro, per un verso, e, per l’altro artificiosamente prolungata in avanti verso una giovinezza, che i sociologi fanno durare fino oltre i trent’anni. Ma il sistema scolastico resta immutato. Il che aumenta l’effetto di alienazione che ormai questa scuola-fabbrica proto-industriale sottoproduce e che si manifesta in varie forme, spesso anomiche. Alienante per i ragazzi e per i loro insegnanti. Il sistema scolastico persevera nell’infantilizzazione degli adolescenti e nell’adolescentizzazione (mi sia perdonato il termine!) prolungata dei giovani. Pertanto non ce la si può cavare con la diminuzione di un anno, lasciando immutato il numero di materie e di ore e, soprattutto, la parcellizzazione proto-tayloristica della didattica e degli spazi.

I discorsi degli ultimi dieci anni (si veda il Dpr 275/1999) sulle competenze-chiave, sulla didattica per competenze, sul superamento della rigida unità di classe e della corrispondenza biunivoca tra classe di età e classe scolastica sono rimasti nel limbo della retorica e di qualche generoso tentativo, subito stroncato o isolato per via amministrativa e per cecità culturale. La personalizzazione è ancora al di là da venire, per la semplice ragione che il ragazzo è costretto dal sistema educativo(?)-amministrativo sul letto di Procuste, in cui “i corti” sono allungati a forza e “i lunghi” amputati, esattamente come tramanda il mito greco.

Questo conservatorismo di fondo, che vede coinvolte le famiglie, la società civile, i mass-media, la cultura, i sindacati, i partiti e, ovviamente, il sistema burocratico-amministrativo, spiega perché i tentativi di portar fuori i ragazzi a 18 anni dalla scuola siano falliti. Si può procedere in tre modi: anticipare a cinque anni di età l’entrata nel sistema; far saltare la scuola media, aggregandone un pezzo alla scuola di base e un altro al ciclo secondario superiore; ridurre a quattro anni la scuola secondaria di secondo grado. Luigi Berlinguer, dopo aver verificato che la prima soluzione non incontrava il consenso della sinistra e dei sindacati, optò per la seconda soluzione: 7 anni di scuola di base e 5 anni di scuola superiore (Legge 30 del 10 febbraio del 2000). Ma, a quel punto, si trovò contro interessi trasversali offesi, che il centro-destra rappresentò. Salvo poi, dopo che ebbe vinto le elezioni del 2001, tentare a sua volta di anticipare a cinque anni e di scandire in modo diverso il ciclo di base e il ciclo della secondaria di primo grado. Poi, con Fioroni-Gelmini, tutto si è richiuso. Ora Profumo ci ritenta, forse... (Anche qui si nota una certa divaricazione tra le parole e i fatti).

Intanto, però, si sono aggravati i fenomeni di disagio. La scuola di base è stata investita da un’onda di disciplinarizzazione precoce, insopportabile per i bambini; la scuola media è sempre di più il buco nero del sistema; il biennio superiore produce dispersione altissima. L’ultimo anno delle superiori è diventato una specie di parcheggio, in attesa di uscire.

Ciascuna delle soluzioni ipotizzate comporta, nell’immediata applicazione, degli inconvenienti. Quella di Berlinguer sollevava la cosiddetta “onda anomala”. Quella dell’anticipo a cinque anni si espone a obiezioni fondate dei pedagogisti e delle famiglie. Quella della riduzione a quattro anni della scuola media superiore lascia insoluto il problema, particolarmente grave nella scuola media, della divaricazione antropologica tra ragazzi e sistema educativo e sottrae un anno prezioso, allorchè lo sviluppo intellettuale e la consapevolezza di sé dei ragazzi avrebbero bisogno di abbondante cibo intellettuale. Tutta la questione è, infine, surdeterminata dagli schieramenti politici, che fanno uso politico spregiudicato, a puro fine di consenso immediato, degli interessi offesi. E’ noto che ogni partito ha alle spalle una propria constituency sindacale e associativa.



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COMMENTI
19/09/2012 - Basta una cosa (Sergio Palazzi)

Sono troppo tranchant se dico che basterebbe una cosa: abolire il materiale di cui è costituito il letto di Procuste, cioè l'insieme di esame di stato e valore legale del titolo di studio?

RISPOSTA:

No, avanti così Palazzi! Però, il cuore del problema sono i tempi e metodi della didattica. Il passaggio dalla Scuola-Stato alla Scuola-mercato non garantisce affatto che finisca la noia dei ragazzi, se non si decida di passare dalla scuola-fordista alla scuola toyotista. GC