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SCUOLA/ Il primo collegio docenti e la "lezione" di Charlie Chaplin

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Il secondo video invece è “Il circo della farfalla” dove si racconta la storia, vera, di un uomo affetto da una grave menomazione fisica che apprende dall’esperienza che non ci si può accontentare della “pietà” degli altri uomini. Per essere felici occorre dire “io” e mettere le mani in pasta, intraprendere e mettersi in movimento per maturare, diventare fattore di crescita per sé e per tutti, fattore di costruzione di un modo nuovo di fare le cose. Non le circostanze sono determinanti, ma la coscienza di sé che nasce e si costruisce dentro il rapporto con altri che ti guardano stando attenti alla statura della tua dimensione umana.

Farò questo e, di conseguenza, come di slancio affronterò insieme alle insegnanti tutte le questioni che ci saranno sul tappeto: l’accoglienza dei nuovi iscritti, il rinnovarsi dell’incontro con i bambini e i genitori che già conosciamo, la preparazione degli spazi, i contenuti e le proposte da realizzare, tenendo comunque vigile lo sguardo sulle questioni istituzionali (le nuove Indicazioni, la funzione docente, gli organi collegiali, …). Non dimenticando mai che il collegio docenti è il luogo che nella scuola permette la saldatura tra la vita e la professione, tra la persona e la funzione. La frattura è vinta se il collegio diventa il luogo dove la persona è continuamente sostenuta e rinvigorita nell’adesione alla forma educativa nella quale opera e agisce. In questo orizzonte si può dire che il collegio è una comunità, un luogo di espressione della persona, della libertà personale; che ci sia io o un altro non è la stessa cosa, e l’altro è in qualche modo parte della definizione di me come insegnante e come persona. Dato che la persona per esprimersi deve comunicare, cioè donare qualcosa di sé all’altro, possiamo dire che l’azione libera è essenzialmente determinata dall’amore che nutro per l’altro. Così le condizioni che l’io trova nella sua azione (leggi, vincoli, regole, …) non sono subìte e tollerate come un nemico o un estraneo con cui venire a patti per delimitare il campo dell’azione; esse sono accolte, fatte proprie come se fossero nate dalla volontà stessa dell’io e come condizione e strumento per vivere in pienezza la propria libertà come responsabilità (cioè una libertà che sa a chi deve rispondere). L’ideale della comunità non è l’equilibrio, ma l’apertura, la comprensione dell’altro e l’immedesimazione in lui.

Tuttavia la parola “luogo” non basta a descrivere il collegio; quest’ultimo è, e deve essere, anche un luogo guidato: senza questo aspetto si ridurrebbe ad un ambito con funzioni meramente organizzative oppure burocratiche. A questo livello la funzione e la responsabilità di chi guida è fondamentale. Il collegio pertanto è il luogo in cui, lentamente, chi guida cura il passaggio da collettività a comunità. Le persone con cui lavoriamo, come noi stessi, sono persone in carne e ossa con le loro rigidità, a volte molto forti, ma anche con le loro aperture e con la disponibilità a fare un passo per cambiare se si sentono accolte e abbracciate nella loro reale umanità. Occorre che qualcuno ponga uno sguardo attento e benevolo su questo movimento e che lo accompagni.

Se questo accade, accade un “miracolo”, una cosa dell’altro mondo perché normalmente questa idea che il collegio possa servire ad un’educazione reciproca è assolutamente estranea; al massimo, se c’è equilibrio, può essere vissuto come un luogo dove si decidono delle iniziative comuni o condivise, ma mai come luogo dove tutto di noi è esaltato alla massima potenza. 

 



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