BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Perché i bambini preferiscono un racconto a una lezione?

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

InfoPhoto  InfoPhoto

Ascoltate un bambino che spiega qualcosa: “C’era questo... e poi questo... poi lui ha detto...”.  E’ un continuo ricorrere a uno svolgersi nel tempo. Sono “storie” che si traducono e “vengono lette” attraverso l’immaginare: un pensiero dunque a un tempo narrativo e immaginativo. Si rifletta in quanta parte il giocare, ossia per i bambini lo sperimentare se stessi e il mondo, vuoi con un’automobilina, con la bambola o con i giochi di ruolo, sia in realtà un raccontarsi e un immaginare insieme, o un raccontarsi per immagini, o un immaginare attraverso racconti. Non sarà su questo fondamento che potrà e dovrà basarsi un rapporto vivo e autentico con la storia?

Così, la necessaria fase preparatoria nelle prime classi potrà puntare a esercitare e potenziare la capacità di pensare per storie facendo vivere i bambini in un’atmosfera di storie (fiabe, racconti, la loro storia personale): dunque, fra l’altro, praticando, usando le categorie di tempo, e non mirando a un inutile, o dannoso, formalizzare i concetti di tempo. (A proposito: a parlare i bambini imparano studiando i concetti di soggetto e predicato, o invece  parlando?). A partire di qui ci si potrà gradualmente accostare alla storia. Magari anche passando attraverso l’esperienza di udire e vivere e raccontarsi e drammatizzare miti: cioè in qualche modo sperimentando quelle forme di spiegazione del mondo attraverso racconti, appunto, che erano proprie del mondo antico, e così entusiasmanti per i bambini di 8 o 9 anni. Ma poi, la storia vera e propria di quei popoli: che sarà viva, bella, coinvolgente se proposta non con astrazioni ma come uno svolgersi di storie di persone “vere”, e di ambienti, di mentalità, di costumi; presentate in forme tali da consentire ai bambini di farsene immagini viventi.

E in questo sarà essenziale il raccontare e il proporre immagini da parte dell’insegnante, ma insieme il cercare, l’esplorare, il ricostruire anche artisticamente da parte dei bambini, il loro impersonare  personaggi e scene della storia studiata; il loro “imparare facendo”, insomma. Una storia di persone con cui stabilire, immaginandole, un rapporto umano, e in cui anche trovare modelli cui guardare con ammirazione, o deprecazione: e sappiamo quanto essenziali per i bambini siano i rapporti umani e i modelli cui riferirsi. Ma anche, così, una storia profondamente vera: di persone che, come è nella realtà storica e umana (e troppo spesso dai manuali non traspare), si sono trovate a operare scelte difficili o drammatiche fra opzioni  niente affatto scontate. Ciò che i bambini comprendono benissimo. Una storia, svolgimenti, infine, di cui i bambini sono in grado  di darsi spiegazioni anche profonde, purché non si pretenda che utilizzino le categorie di causa-effetto, come si è detto; ma invece quella di scopo. A loro infatti risulta chiarissimo che una persona agisca in un certo modo perché ha quei certi desideri, quelle finalità, quelle intenzioni: è così che – osservatelo – essi si spiegano i comportamenti delle persone con cui sono in contatto.  

Che un insegnare storia con questi criteri sia possibile lo mostrano ormai molti esempi di pratiche scolastiche. Ma vorrei infine segnalare un esempio straordinario: quel capolavoro che è la Breve storia del mondo di E. H. Gombrich (Salani) è scritto proprio con questi criteri. Offre una continua serie di esempi di come si può proporre la storia secondo il pensiero dei bambini. E i bambini lo leggono, o lo sentono leggere, con inesausto entusiasmo.



© Riproduzione Riservata.

< PAG. PREC.  


COMMENTI
20/09/2012 - W Gombrich (Silvia Magherini)

Concordo totalmente con il contenuto dell'articolo che corrisponde sia alla mia esperienza di bambina (molto ex) - che ha studiato la storia alle elementari attraverso il racconto, la lettura e anche la drammatizzione delle storie dei miti, degli eroi e dei personaggi del passato - sia alla mia esperienza di maestra. Nei due anni scorsi poi, in classe, ho letto con i miei alunni la "Breve storia del mondo", via via che affrontavamo i diversi periodi storici con reciproca, grande soddisfazione. La lettura del testo è stata la possibilità di continuare a narrare anche la storia di quei periodi che non si affrontano più alla primaria. Per quello che riguarda il "metodo" storico è stato interessante raccontare ai miei alunni le storie di alcuni archeologi e delle loro grandi scoperte. L'immedesimazione con un'esperienza umana, anche in questo caso è stata la chiave per la comprensione. Resterebbe soltanto da scrivere nuovi sussidiari!

 
20/09/2012 - L'importanza del maestro (anche nelle scienze) (Sergio Palazzi)

Strik Lievers riporta alla necessità che l'insegnante abbia un rapporto di dialogo con il discente e si sappia mettere in sintonia con il suo qui ed ora, e non agisca in base ai programmi ed ai LibriDiTesto sempre più piccinamente burocratici. Mi ricorda il discorso sui rischi di affidarsi a strumenti che rompono questa comunicazione accentuando gli aspetti meccanici (tutto il discorso sui sw e hw, le LIM etc, di cui su queste pagine recentemente). Potremmo ricordare la polemica di cinquant'anni fa di Montanelli verso gli storici professionisti che allontanavano dalla conoscenza della storia. Vorrei però dire che anche nelle scienze la didattica che punta sulle esperienze e sulla narrazione (di carne e di sangue) si rivela vincente rispetto agli schemi prevalenti e omologati nella scuola. Penso ai racconti di Levi e Sacks che ridanno magia alla chimica. Penso a quanto successo abbiamo, quando facciamo interventi (di chimica o di altre scienze) che siano ludici e contestualizzati nelle emozioni del ragazzo, il che non vuol dire nè sciocchi nè improvvisati ma semmai il contrario, rispetto alla didattica "liceale" di "eseguiamo l'esperienza come sta scritto nella scheda X per verificare la legge di Y". Poi, cos'abbiano nel cervello e nel cuore gli autori-tipo dei LibriDiTesto-tipo contemporanei, e le case editrici e gli editor che gli danno il lavoro, resta un discorso che porterebbe via troppo tempo...