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SCUOLA/ Basterà la nuova Valutazione a sconfiggere i "buonisti"?

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c) azioni di miglioramento: dovrebbero basarsi sul supporto dell’Indire o di altri soggetti (università, enti di ricerca, associazioni professionali e culturali);

d) rendicontazione sociale delle istituzioni scolastiche: il traguardo è l’accountability, o comunicazione delle scuole agli utenti dei propri risultati e delle proprie pratiche di miglioramento: questo passaggio, solo suggerito dal recente rapporto 2012, diventa uno dei punti cardine del sistema.

Il pericolo di qualunque procedura è che le sue fasi finiscano per essere troppo automatiche per cogliere le dinamiche reali delle scuole. Inoltre in un sistema articolato e pieno di azioni concomitanti come la scuola è ben difficile individuare le variabili realmente incidenti di un cattivo funzionamento. Si sa che la individuazione certa dei cosiddetti “fattori malleabili”, quelli cioè correlati significativamente con l’efficacia, sono stati un problema anche nelle ricerche più solide dal punto di vista metodologico e più studiate dai ricercatori come il progetto Pisa di Ocse. Invano ci si affanna per avere certezze sull’effetto sui risultati di fattori singoli come le bocciature, o le metodologie collaborative, o il controllo dei compiti a casa da parte dell’insegnante: è più facile che sia significativo un fascio di fattori connessi fra loro, che diventano tutti insieme il segnale di una macrocategoria come la “responsabilità in ordine alle scelte didattiche”, o di macrocategorie strutturali come quelle studiate da Woessman (sopra a tutte l’autonomia scolastica). Così il pericolo di un Sistema nazionale di miglioramento è che proprio le azioni di miglioramento, al di là delle migliori intenzioni di chi le promuove, incidano su dettagli sostanzialmente minori e quindi inadatti a produrre risultati significativi sull’insieme, e illudano che possa esistere una relazione di causa-effetto fra un intervento migliorativo e la soluzione di un problema, complicato anche da condizioni di contesto.

L’impressione è comunque quella di uno sforzo per mettere finalmente alla scuola italiana, dopo tanto buonismo, un po’ di ansia da prestazione, o meglio il più nobile achievement press, che fra gli indicatori internazionali considerati predittivi di buoni risultati è uno dei più interessanti. Le scuole in cui il “raggiungimento del risultato” è al centro delle scelte e delle attenzioni hanno risultati migliori: sembra un’ovvietà, ma sappiamo tutti che l’ovvio è diventato quanto di più improbabile, e che alla scuola nuoce più l’indifferenza in cui è lasciata, il pressapochismo, la noia che non la carenza di computer. Inoltre, come è emerso dalle prime ricerche internazionali, è significativo che anche lo stesso fatto di essere sottoposti a valutazione esterna produca miglioramento, a prescindere dalle azioni migliorative, specialmente in associazione con ampi margini di autonomia nelle scelte di gestione. Lo si vede anche da noi dal diminuire dei comportamenti “opportunistici” nello svolgimento delle prove. In questo senso qualunque azione venga praticamente messa in atto dagli ispettori o dall’Indire un effetto benefico dovrebbe produrlo.



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