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SCUOLA/ Basterà la nuova Valutazione a sconfiggere i "buonisti"?

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Restano alcuni problemi, strettamente legati alla relazione causale fra interventi e effettivo miglioramento. L’Invalsi per esempio dovrebbe curare la selezione, la formazione e l’inserimento in un apposito elenco degli esperti dei nuclei per la valutazione esterna da mandare nelle scuole. Sulla base di quali requisiti? Per parte sua l’Indire cura il sostegno ai processi di innovazione centrati sulla diffusione e sull’utilizzo delle nuove tecnologie, ma si sa che la tecnologia non sostituisce le buone idee, nonché interventi di consulenza e di formazione in servizio: anche per la consulenza e la formazione servono idee su che cosa risulta più efficace: cioè serve un po’ di ricerca educativa. 

Tale genere di ricerca è sempre più declinante in Italia. L’esperienza delle Ssis non è stata capitalizzata ma cancellata per i suoi difetti interni, gli Irre hanno subito la stessa sorte; a mio parere anche perché non si riesce in Italia a valutare fra 20 cose esistenti quali sono le 7 che funzionano da potenziare e mandare avanti, e allora – per mancanza di responsabilità verso quello che succede − per non subire le 13 manchevoli si abolisce tutto. Il problema del miglioramento non mi pare risolvibile solo con una buona procedura all’interno di una filiera oliata, se non ci sono idee capaci realmente di infondere nuova linfa nella scuola. Le idee di solito vengono dai giovani, e voglia il cielo che ne arrivino nelle nostre scuole, armati della grinta connaturata all’età; inoltre le idee vengono dalle associazioni disciplinari e professionali, che sono vere fonti di aggiornamento perché partono dal bisogno e attingono al vissuto. 

Due esempi. Molti insegnanti cominciano a rendersi conto che le “competenze” (anche quelle richieste dalle prove Invalsi) non sono banali: ma le “relazioni logico-semantiche nel testo” non rientrano in nessuna branca dell’italiano tradizionale! Qualcosa si muove a partire da un problema: così professori che hanno insegnato una vita in un certo modo cercano delle strade alternative, che mettano maggiormente in moto la ragione e la riflessione degli studenti e contrastino uno studio ripetitivo. È l’esperienza che sto facendo con la “bottega di grammatica” dell’associazione Diesse, che avrà un suo secondo step, dopo un lavoro durato tutto l’anno scolastico passato, nella Convention dell’associazione in ottobre.

Un secondo esempio viene dal mio incontro con l’Associazione Italiana Dislessia, il cui punto di forza sta in questo: un insegnamento più mirato, capace di trovare nuove vie per l’acquisizione di conoscenze e di valorizzare le grandi potenzialità cognitive dell’alunno dislessico, avvantaggerà non solo i portatori di DSA, ma tutti gli studenti. Quello che si sperimenterà con loro sarà un grimaldello per far riflettere sulla didattica tout court, in modo da passare dall’astrattezza, che spesso grava senza motivo lo studio scolastico, all’astrazione, che è invece un salto cognitivo importante e degno dell’uomo. È l’esperienza che sto facendo con i molti insegnanti che provano a cambiare metodo di insegnamento per la scrittura o per altri campi legati alla padronanza linguistica.

La speranza è che, pur in tempi di ristrettezze economiche o forse proprio per questo, alle associazioni professionali e disciplinari venga riconosciuto il contributo che danno, e quindi siano sostenute e valorizzate come braccio sussidiario del miglioramento della scuola italiana.

 



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