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SCUOLA/ "Uno studente mi ha chiesto: lei si ritiene un bravo insegnante?"

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Minime iracundus – dunque – nec tamen eorum quae emendanda erunt, dissimulator”: il fatto sacrosanto di non doversi abbandonare all’ira non comporta allo stesso tempo il “passar sopra” a quanto deve essere corretto nei ragazzi. Non comporta la pessima attitudine alla dissimulazione, al far finta di non vedere, per non affrontare il doloroso compito della correzione. Magari autoilludendosi che i ragazzi sono capaci di autocorreggersi (e che quindi, in fin dei conti, non ci è richiesto tanto).

Ci vogliono gli attributi, per insegnare, per essere un maestro. A volte bisogna alzare la voce quando non vorremmo, minacciare addirittura, essere “duri” quando invece ci piacerebbe che tutto andasse da solo per il verso giusto. La società che ci affida i figli (e che ci critica perché “lavoriamo poco”) è quella stessa società che non ha più il coraggio di dire “questo sì, questo no”. Noi non possiamo esimerci dal rischio e dalla fatica di prendere posizione.

L’importante è che i ragazzi non percepiscano il nostro odio nei loro confronti. Quintiliano può sembrare qui esagerato, ma non lo è affatto: quale professore non ha mai provato un sentimento di odio verso quello dell’ultimo banco che non la smette di fare il cretino? Eppure nemmeno questo possiamo permetterci: siamo chiamati a superarci, a trascenderci, per non rischiare che quel ragazzo si chiuda e perda ogni residua motivazione.

C’è ancora tanto, nel brano di Quintiliano: la semplicità nell’insegnare; la disponibilità alla fatica (perché per essere semplici ed efficaci bisogna lavorare, prepararsi le lezioni); la disponibilità di rispondere volentieri a chi fa domande e, allo stesso tempo, quella di stimolare quelli che non domandano mai; il non essere né troppo stretto, né troppo largo dei voti, perché entrambi gli atteggiamenti fanno male ai ragazzi. E, soprattutto, proporre il bene e tendere al bene. Almeno provarci. Essere veri. Perché gli uomini ascoltano più volentieri quelli che ammirano.

Uno studente mi chiede: “Ma lei si ritiene un bravo insegnante?”. Rispondo, con Seneca, che vorrei esserlo e che non finisco mai d’imparare ad esserlo. Una ragazza chiede: “Prof, ma i suoi colleghi non le hanno mai lette queste cose?”. E un’altra: “Ma questo brano lo sta leggendo per la prima volta?”. È perché ha visto che mi confrontavo con quelle parole, che mi entusiasmavo, che ero direttamente coinvolto, come se quelle parole fossero del tutto nuove per me. E in effetti era proprio così, perché non ci si può confrontare con la grandezza dell’animo umano senza provare un contraccolpo.

L’ultima domanda, così ingenua, mi ha dato una grande soddisfazione. In fin dei conti m’interessava proprio questo: che delle parole antiche risuonassero come nuove e vere, adesso, per me e per i miei ragazzi.

 



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COMMENTI
28/09/2012 - All'autore (Giorgio Ragazzini)

Ottimo articolo.