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SCUOLA/ Cosa c'entra l'ora di religione con il tablet di Profumo?

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Ma da questo rischio si esce, eventualmente, facendo della religione non una figliastra ma una realtà a pieno titolo tra le altre materie. E in questo quadro va inserito anche un progetto impegnato che risponda alle esigenze dei figli degli immigrati, ai quali peraltro andrebbe offerto di seguire l’ora di religione per capire la storia e la cultura del Paese che li ospita. Anche se sono meno di quanto pensa Profumo, sono numerosi e diventeranno sempre di più; almeno in prospettiva, si potrebbe perfino pensare, come propose Adolfo Urso, di avviare corsi facoltativi di altre religioni: in lingua italiana, e con indicazioni ufficiali che rispettino la stessa apertura di quelle per la religione cattolica. Ma anche così problemi concreti non mancherebbero.

Tuttavia le scelte di Profumo possono fare sospettare uno schema culturale molto più profondo di quello che potrebbe essere affrontato e smontato da osservazioni di buon senso e semplici accertamenti non ideologici della realtà. Sia le abilitazioni universitarie con l’uso scriteriato (e malfatto) di criteri bibliometrici, sia la boutade dei tablet nelle scuole, lasciano intravedere una forma mentis tecnocratica nel senso peggiore. Il governo precedente ci aveva deliziato con le tre I (internet, inglese, impresa), con scarsi risultati. Non si tratta di negare l’utilità in senso strumentale di quei tre aspetti, ma è opportuno dubitare del loro valore pedagogico. In realtà l’ingenuità di chi pensa seriamente che distribuire i tablet nelle scuole abbia qualcosa a che fare con il progresso della didattica è preoccupante. 

L’abolizione dell’identità culturale di un Paese, laddove invece essa è più necessaria e cioè proprio nel rapporto con gli stranieri e proprio in tempi in cui tale memoria culturale è sempre più labile o assente, va di pari passo con il feticismo della distribuzione casuale di ritrovati tecnologici dal dubbio valore didattico. Nello stesso senso va l’ipotesi di sostituire i corsi di religione con un’etica laica passepartout che dovrebbe tamponare l’urgenza dei comportamenti sociopatici che rischiano di diventare epidemia. La tecnocrazia ha questo sintomo inconfondibile: non l’uso di mezzi tecnici, che è antico come l’umanità; ma la tecnica che diventa terapia onnicomprensiva nei confronti di problemi scottanti e irrisolti. In realtà, senza ripensare che studenti vogliamo, ossia che immagini dell’uomo vogliamo proporre, qualunque tecnica rischia di essere una banale fuga in avanti.

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