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UNIVERSITA'/ Mazzarella: c'è chi sta lavorando per chiuderla

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Come si fa a non rendersi conto che con questo sistema di sbarramento all’accesso all’abilitazione per commissari e candidati ne vien fuori un paradosso generale: i candidati all’abilitazione che hanno superato le mediane sono per definizione, dal punto di vista assunto dall’Anvur, già migliori, quanto meno perché più produttivi delle migliaia di ordinari di ruolo che non potranno candidarsi a commissario, non avendo raggiunto le soglie delle mediane. Allora perché dovrebbero anche essere giudicati in un concorso per diventare di fatto semplici abilitati a un ruolo che altri da decenni coprono con titoli inferiori ai loro? Andrebbero promossi nel ruolo per il quale superano la mediana ipso facto, a rigor di logica e di giustizia, fatto salvo il dottorando di buona e potente scuola accademica con articoletto in rivista di fascia A. Ma ovviamente l’università italiana non è, pure con i suoi difetti, quella che emerge da queste mediane: un covo di inattivi, che in percentuali significative ma non alte certo ci sono, ma che non si scovano con questi mezzi, ma magari con una più incisiva normativa sul tempo pieno e sul tempo definito, su cui però Miur ed  Anvur non si sono dimostrati fin qui particolarmente sensibili.

Facciamo allora un passo indietro. Esistono criteri universali di valutazione che si possono applicare alla ricerca?

Assolutamente no. Questo è il vulnus di fondo, l’inconsapevolezza culturale di tutta la criteriologia adottata dall’Anvur. Mi spiego con un esempio. Può anche darsi che nella ricerca della fisica di base – anzi è probabile – sia possibile individuare dei luoghi di confronto scientifico, riviste, che avallino di per sé la bontà di un articolo che vi è pubblicato; fermo restando  che in ultima istanza anche lì  il “prodotto” scientifico va letto da “pari”. È ben possibile che tremila ricercatori che lavorino sul bosone di Higgs abbiano spazi di eccellenza del loro dibattito interno per così dire pre-codificati, riconosciuti da tutti. La ricerca su un settore del genere è fondamentalmente cooperativa, ha basi concettuali comuni e condivise. In ambito umanistico non è così, la ricerca ha basi concettuali spesso in dialogo fortemente dialettico, e talora antitetiche. Esemplifico rozzamente: i platonici ritengono di aver ragione sugli aristotelici, e viceversa; litigando, controargomentando a vicenda, magari migliorano le loro argomentazioni, e la “scienza” avanza… E va bene così. Ma se i platonici collocano le loro riviste in fascia A perché il sistema di relazioni accademiche in quel momento li premia, ciò vuol dire che per un aristotelico raggiungere una cattedra sarà un po’ più difficile nel mondo dell’Anvur… Spero di essermi fatto capire, e che Dio mi perdoni per aver trattato così Platone e Aristotele!

Da dati quantitativi possono mai derivare indicazioni di tipo qualitativo?

Penso proprio di no. Lo spiego con un esempio pratico, un caso che potrà accadere nel “mondo” Anvur. Vorrei candidarmi all’abilitazione. Ho 5 articoli negli ultimi 10 anni in una buona rivista non di fascia A, ma non raggiungo nessuno degli altri indicatori richiesti. Mi manca un libro, un paio di articoli, non sono presente in fascia A delle riviste. Ad una prossima tornata dell’abilitazione, è del tutto possibile che la rivista su cui ho scritto “salga” in fascia A: magari vi avranno nel frattempo scritto dei premi Nobel o il direttore avrà spiegato meglio le sue ragioni all’Anvur… Anche se nel frattempo non avessi scritto nulla, per depressione indotta da questi criteri, potrei presentarmi all’abilitazione, perché il “contenitore” su cui ho lavorato nei dieci anni sale in classifica, e quello che era di serie b nel 2012 diventa ipso facto di serie a nel 2016. A meno che all’Anvur non pensino di aver definito per sempre l’eccellenza delle riviste, e fermato così la sgradita evoluzione delle scienze… Insomma la qualità si giudica dai contenuti, non pensando di cavarsela all’ingrosso con classifiche dei contenitori!

Che differenza c’è tra valutazione del prodotto della ricerca e valutazione professionale di chi fa ricerca? Come vanno pensati (e organizzati) questi due elementi della valutazione?



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