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UNIVERSITA'/ Mazzarella: c'è chi sta lavorando per chiuderla

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Se lei intende che per aver un buon professore universitario c’è bisogno di valutarne non solo i prodotti scientifici, ma anche le capacità didattiche, lo schema di accesso all’abilitazione proposta dall’Anvur non ne tiene alcun conto. Non solo non è richiesta a chi è già nei ruoli una qualche certificazione della qualità dell’impegno didattico svolto; ma a chi non ha mai svolto alcuna attività didattica strutturata negli atenei, non è richiesta neppure una lezione “prova”, come una volta avveniva per la libera docenza e per i concorsi quando non si era già professori almeno in un ruolo inferiore. Questo è un altro vulnus dell’abilitazione scientifica così come è stata pensata: qui ci si avvia alla carriera di professore universitario, non − bene che vada − di supertecnico di laboratorio.

Tutto il lavoro dell’Anvur è oggetto di numerose critiche. Perché secondo lei?

Tutto si è concentrato sulla produzione di criteri e regolamenti, che offrissero misure statistiche dell’attività di ricerca, come se un’anagrafe ci dicesse quanti Beethoven e Einstein sono nati in un decennio di produzione scientifica… Una seria valutazione della ricerca è sempre valutazione tra pari, che si leggono a vicenda e a vicenda si giudicano. Poi la ricerca scientifica ha diversissimi profili di “produttività” sociale, che vanno dall’avanzamento morale e spirituale, dal conseguimento di un canone di bellezza all’efficienza di una soluzione giuridica o di un’equazione matematica, al conseguimento di un brevetto per una nuova tecnologia. Ritenere di poter misurare con gli stessi criteri cose così diverse è un errore culturale che si paga. Si può avere una cultura della valutazione, solo se si ha la capacità di valutare cosa è cultura in generale. Voi su questo avete sollecitato un dibattito importante.

Se questo tipo di valutazione dovesse affermarsi e prevalere, quali conseguenze vede per l’università italiana?

Nel vizio di costituzionalità, per altro eccepito formalmente dal professor Onida, dei criteri per l’accesso all’abilitazione, fondamentalmente l’aver previsto ora per allora criteri privilegiati per l’accesso alla carriera universitaria (in sostanza so solo ora come avrei dovuto costruire il mio percorso scientifico nei passati dieci anni, e quali sono le riviste di eccellenza che in questo mi avvantaggiano, stabilite per decreto), ci sono i presupposti dei binari sbagliati su cui verrà posto il futuro della ricerca italiana. I criteri che oggi avvantaggiano alcuni e penalizzano altri, se recepiti in modo stabile, determineranno un potente effetto di conformismo della ricerca scientifica: ci si costruirà la carriera sui parametri e gli indicatori di presunto merito indicati ex ante: tutti avranno interesse a pubblicare nelle stesse riviste e collane, e ad adeguarsi agli indirizzi culturali e di ricerca che tramite questo meccanismo diventeranno dominanti. Più che concentrarsi sull’innovazione della ricerca, fondamentalmente legata alla sua libertà, ci si concentrerà sul sistema di relazioni che serve a costruire un curriculum tipo Anvur. L’effetto depressivo per tutto il sistema è del tutto prevedibile, e per altro ben noto con la retromarcia a livello internazionale che si sta facendo sulla valutazione bibliometrica, o a essa assimilabile, lì dove è stata applicata. Con criteri di carriera premiali ex ante si applica alla ricerca scientifica l’indirizzo di governo politico della ricerca applicata o industriale: finanzio questo o quello perché lo ritengo strategico. Ma questo è in stridente contraddizione con la ricerca fondamentale e di base, istituzionalizzata nell’idea stessa di universitas, di apertura e dialogo universale, rivolto insieme verso ogni direzione e unificato nel reciproco confronto, degli studi.

Ci sono modelli virtuosi ai quali potremmo ispirarci?

Guardi, la prima cosa è imparare non solo dalle buone pratiche degli altri, ma anche dai loro errori. E sugli effetti distorsivi della bibliometria ormai c’è una letteratura. Più in generale, non penso che ci sia molto da inventare: il criterio della peer review, della valutazione tra pari, resta l’asse portante di ogni valutazione credibile; a cui può aggiungersi un’efficace sistema premiale ex post sui risultati raggiunti dalla ricerca. Ma c’è un problema più generale.

Quale, professore?



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