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UNIVERSITA'/ Garfield, l'Anvur e la "macchina" della verità

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Più nuova è una prassi oggi generalizzata ma che ha avuto origine nelle scienze “dure” nell’Ottocento, ossia la pubblicazione di “articoli” in “periodici” scientifici, spesso più brevi e quindi su aspetti puntuali, alle volte anche provvisori: ma le varie comunità scientifiche di riferimento si sono assunte anche questo onere, con pazienti letture critiche di ogni singolo lavoro prima e dopo la pubblicazione. Sempre in quel periodo, in Germania, è emerso un nuovo modo di vedere il compito “alto” di un professore universitario: non soltanto insegnare, come nella tradizione, ma indagare alla ricerca di risultati originali. L’esempio per eccellenza è quello di un processo elaborato nel laboratorio di un “istituto”, ottenuto per la prima volta, da comunicare velocemente attraverso un articolo in un periodico scientifico per l’appunto; un processo che è un passo avanti nello sforzo della scienza per “strappare i suoi misteri” alla Natura... ma che potrà forse trovare uno sfruttamento tecnico e quindi generare profitto.

Il passaggio dal laboratorio universitario a quello industriale non stravolgeva ancora la “lentezza” di cui parlavamo, che era derivata dall’esigenza di leggere, di meditare, di verificare, radicata a sua volta in una esigenza intima, più recondita ma fondamentale: l’aspirazione alla verità che, questa sì, risale alla tradizione classica dell’università. Una verità che nel corso della modernità si è espressa in termini sempre più liberi: il giudizio poggiava fortemente sulla solidità del metodo e dell’argomentazione, garantita anche dall’informazione dell’autore, sulla sua consapevolezza dei problemi aperti e dello stato dell’arte, rilevata fra l’altro dalle citazioni (le note e la bibliografia). 

Questi processi di una valutazione che descrivo come “lenta”, generavano opinioni condivise e coesione – in grado di smussare la tendenza della scienza alla rottura – e anche una categoria di autorevolezza che era alla base dell’emergere delle figure di maestro, che hanno svolto un ruolo cruciale nello sviluppo della scienza in ogni luogo per lungo tempo. 

Nel mondo della ricerca biomedica, all’inizio degli anni Sessanta del Novecento, faceva già capolino l’impazienza di accaparrarsi quell’idea nuova nella quale, come Paperon de Paperoni, si vedeva già il dollaro venturo; quell’impazienza che oggi ha raggiunto livelli di isterismo di cui sono il miglior esempio le conferenze stampa “annuncio” che scavalcano completamente i meccanismi di controllo pre e post della ricerca scientifica classica. 

Come accelerare, anzi come bypassare la comunità scientifica tanto lenta nel valutare la pubblicistica scientifica? L’idea fondamentale di Garfield è stata quella di valutare gli articoli scientifici senza leggerli. È un’idea geniale, non c’è che dire, dal punto di vista imprenditoriale. Per farlo egli si è giovato di idee che circolavano allora, come ricordavamo all’inizio, relative alla scienza concepita come sistema sociale e culturale.



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