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UNIVERSITA'/ Garfield, l'Anvur e la "macchina" della verità

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Erano idee dirompenti, che alla visione della scienza come grande edificio di conoscenze oggettive, frutto sì dello sforzo umano e continuamente migliorabile, ma essenzialmente autonomo e solido per sé stesso, sostituivano quel che era quasi una “denuncia”, perché si descriveva la scienza come un'impresa frutto di visioni culturali a priori rafforzate dalla condivisione, nella quale i risultati di laboratorio si potevano “aggiustare” per dar forza a una teoria, nella quale vi erano in azione molti meccanismi per assegnare valore o autorevolezza o viceversa estromettere... e fra questi le stessecitazioni bibliografiche. Le citazioni non come fatto scientifico in sé stesse (allo scopo di far capire come si collega una ricerca con la ricerca precedente, allo scopo di poter sviluppare l’argomentazione), nemmeno come fatto retorico, ma come puro è semplice registro delle reti di influenza che agivano nelle comunità scientifiche.

Questa visione “relativista” apriva la strada all’idea di usarlo come materiale grezzo di analisi statistiche. Per esempio nelle ricerche sulla struttura sociale della scienza, dell’identificazione di tendenze e linee di ricerca indipendentemente dall’analisi del contenuto dei lavori, come quelle predilette dal professore russo del quale parlavo all’inizio. Oppure, come nella bibliometria, per stabilire una specie di auditel della ricerca scientifica: le riviste di maggior “impatto” e i ricercatori di maggior “indice”. Il passo è stato breve per confondere “impatto” e “indice” con autorevolezza e valore. E siccome l’impatto e l’indice sono numeri, allora usiamo solo numeri senza complicarci con il contenuto, ad esempio il numero degli articoli pubblicati, in riviste con un certo impatto, indipendentemente da ciò che essi contengono. Fiducia cieca nei puri numeri. Oblio della ricerca della verità. Fast food della ricerca.

Negli anni passati ho seguito l’avanzare della bibliometria, sopratutto nelle scienze biomediche, e le tante denunce sullo stravolgimento delle politiche editoriali delle riviste con grave danno per la ricerca, e sopratutto per il modo di concepire sé stessi come ricercatori dei giovani; ho visto che esse insidiavano le scienze fisiche e matematiche (Alessandro Figa Talamanca in Italia è stato tra i più all’erta), e la rivolta dell'Unione matematica internazionale; ho visto le prime reazioni in ambito umanistico, spesso, ahimè, improntate alla visione miope di “ciò riguarda solo gli scienziati”, dimenticando l’unità della cultura e dell’università. Certo neanche nei miei incubi peggiori avrei potuto immaginare che in Italia venissero adottati in modo così follemente radicale, acritico, opaco per valutare l’università, proprio nel paese che ho scelto per la profondità della propria tradizione di umanesimo scientifico – eredità di alcuni grandi maestri che praticavano l’amorevole, “lenta” ricerca della verità.

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