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SCUOLA/ Se troppo liceo e troppo Stato tolgono la voglia di studiare

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Quanti di questi ragazzi “dispersi”, trovandosi ancora in obbligo formativo, accedono a percorsi di formazione professionale? Sicuramente solo una parte, come ci conferma l’Istat, anche perché probabilmente la proposta di questo tipo di percorso andava fatta prima, evitando così di farla erroneamente apparire come un ripiego per chi proprio non ce la può fare… 

Autorevole e pertinente, al riguardo, appare il giudizio del capo dipartimento del ministero dell’Istruzione, Maria Grazia Nardiello: “Dove la formazione professionale funziona davvero, come in Veneto, la dispersione è quasi inesistente. I ragazzi hanno bisogno di avere a che fare con l’esperienza diretta del mondo, con la pratica, mentre in Italia c’è una cultura troppo classica, tutti scelgono il liceo senza considerare seriamente le alternative. Se seguissimo l’esempio della Germania, dove la formazione diversa da quella umanistica viene valorizzata, potremmo migliorare decisamente il livello generale di crescita del Paese”. Chiaro, no?

2.  C’è poi un secondo aspetto che, pur se meriterebbe un approfondimento maggiore, vale comunque la pena almeno introdurre: in Italia continua a persistere, oltre ogni ragionevolezza e a dispetto di qualsiasi dato di fatto (educativo/formativo o economico che sia), un sistema scolastico iperstatalista, che si riempie la bocca di parole come “autonomia”e “responsabilità”, ma che in realtà è gestito interamente dall’alto e non lascia spazio, fra le altre cose, allo sviluppo di una sana competizione fra scuole statali e non statali. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: demotivazione del corpo docente, concepito come professione impiegatizia dedita prevalentemente all’espletamento di funzioni burocratiche; debolezza identitaria della proposta educativa/formativa delle scuole; prevalenza dell’esigenza di sopravvivenza dell’apparato rispetto a quella di formazione/educazione delle nuove generazioni, etc….

Come ha sottolineato Isabella Bossi Fedrigotti, sempre sul Corriere della Sera, a commento dell’articolo citato in apertura, “i tassi più alti di fedeltà scolastica si registrano in Slovenia, Slovacchia e Repubblica Ceca” (rispettivamente 5%, 4.7% e 4,9% di abbandoni). Guarda caso, si tratta di paesi usciti dallo sfascio dei sistemi iperstatalisti comunisti, nei quali oggi lo stato, finanziando le scuole non statali (all’85% in Slovenia, al 100% in Slovacchia e Repubblica Ceca) sostiene attivamente la libertà di scelta educativa, consentendo alle famiglie e agli studenti di scegliere il percorso educativo più corrispondente alle proprie convinzioni educative e formative senza oneri aggiuntivi. Percorsi educativi e formativi  concepiti e realizzati in contesti motivati e motivanti, come dimostra anche l’esperienza di tante scuole paritarie italiane.



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COMMENTI
07/09/2012 - D'accordissimo! (Alessandro Giusti)

Complimenti! Articolo bellissimo, non si può che essere d'accordo. Mi rattrista solo vedere che nella libertà di scelta educativa siamo dietro anche a paesi come Slovacchia e Repubblica Ceca, che, con tutto il rispetto per loro, sono partiti in un processo di liberalizzazioni dopo il nostro e ci hanno abbondantemente superato.

 
07/09/2012 - mancanza di concorrenza? (Francesco Bertoldi)

Non direi proprio che lo statalismo, che esiste certamente nella scuola italiana, significhi mancanza di concorrenza tra le scuole. La concorrenza esiste, e, per come si è realizzata, produce più effetti negativi che positivi: spinge gli insegnanti a concepirsi come alla continua, affannosa ricerca di clienti (conserversi quelli che si hanno, non perderli, e possibilmente acquistarne di nuovi), andando incontro ai capricci di studenti e genitori (ad esempio alzando artificiosamente i voti). Purtroppo ai genitori sembra non interessare la proposta educativa, ma i voti e la dimensione "tecnica" dell'apprendimento. Non è questa la competizione sana per la quale ci siamo sempre battuti.