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SCUOLA/ Caos presidi, nuove reggenze e nuove regole. Qual è il giusto "passo"?

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È vero. Il disastro del concorso lombardo per i dirigenti interroga la responsabilità di chi – ma non solo la politica o l’amministrazione, anche la cosiddetta “pubblica opinione” – ha lasciato che le cose arrivassero a un punto tale per cui più della metà delle scuole lombarde sarà tra un anno priva di dirigenti, riproponendo un meccanismo concorsuale defatigante per i candidati, esposto a mille cavilli e poco credibile.

Prima di tutto di chi – ne converrà Giovanni Cominelli – ha tardato fino all’ultimo momento ad emanare il bando, quando era evidente agli occhi di tutti che ciò avrebbe costretto a tempi impossibili. Il Mef non ha ancora imparato – evidentemente – che ci sono cose su cui risparmiare non è possibile, magari inseguendo un modello di dirigenza come quello francese che fa del “proviseur” una sorta di piccolo provveditore, ma che prevede anche un sistema di coordinatori interni alle scuole che ne surroga le competenze didattiche. Un modello che personalmente non condivido, ma che ha una sua coerenza ignota al legislatore italiano che, mentre dilata con le reggenze fino all’ingestibile le dimensioni delle unità da governare, abolisce di fatto i distacchi dall’insegnamento per i collaboratori dei dirigenti. Non vorrei che invece l’individuazione delle responsabilità si limitasse a trovare un capro espiatorio, magari tra chi ha tentato di garantire la conclusione delle procedure in tempi utili.

Per evitare di fare di tutte le erbe un fascio, inoltre, non posso non ricordare come nell’associazionismo professionale c’è stato chi, come l’Andis, da anni sostiene la necessità di organizzare concorsi che privilegino davvero le competenze e le esperienze professionali e la capacità di leadership educativa.

È necessario e urgente che i prossimi concorsi si rivolgano a una platea di docenti giovani (va benissimo la soglia dei cinquant’anni), provvisti di esperienze di coordinamento didattico ed organizzativo e non pre-selezionati sulla base della capacità di associare domande e risposte nel più breve tempo possibile. Un numero di candidati ridotto che dovrebbe consentire di valutare seriamente a livello regionale o provinciale in un colloquio le capacità dirigenziali, anche in relazione al tipo di scuola che si va a dirigere, perché continuo a pensare ostinatamente che l’unicità e pari dignità della funzione dirigenziale non vuol dire mettere insieme tipi di scuola diversi per età degli allievi, finalità e tipo di relazione con il territorio (di passaggio, questo dovrebbe valere anche per l’assegnazione delle reggenze...). E dovrebbe consentire di indire i concorsi con cadenza massimo biennale, anche se francamente non credo che limiterebbe il contenzioso, proprio per la devastante perdita di fiducia verso le istituzioni, anche quelle più vicine alla società civile come la scuola.



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