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UNIVERSITA'/ Israel: solo la pensione ci può salvare dalla rivoluzione "giacobina"

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Una collocazione al crinale e tanto più importante perché collega la competenza scientifica specifica con un approccio di tipo umanistico.  Non a caso a queste ricerche hanno contribuito valenti matematici, come Enrico Giusti, le cui opere sia matematiche che storiche sono note a livello internazionale. La comunità degli storici della matematica italiani è scientificamente molto attiva, ha costituito una società che promuove un congresso ogni anno, pubblica da tempo una rivista prestigiosa.

È un torto essersi messi sul crinale tra scienze “dure” e “molli”? Certamente sì nella logica dell’Anvur, che ha diviso in due la conoscenza, tra settori bibliometrici e non bibliometrici, avverando i peggiori timori di C. P. Snow circa il divorzio tra le due culture. È uno spartiacque che piace agli scienziati “duri” che considerano chiacchiere tutto ciò che non è strettamente tecnico, e piace agli umanisti ancora intrisi di crocianesimo. Si sperava che, dopo tanti anni, il divorzio tra le due culture sanzionato dall’attacco violento del neoidealismo crociano a Federigo Enriques stesse ricomponendosi: ci ha pensato l’Anvur ha dare la mazzata finale. O di qua o di là. E naturalmente gli storici della matematica non stanno né di qua né di là. Sono “docenti particolari”, un’”anomalia” e, siccome sono pure pochi, chi se ne importa se finiscono sotto la lama della ghigliottina. L’ineffabile commissario di cui sopra è stato facile profeta: “vi saranno delle ingiustizie? purtroppo sì”. E peggio per loro.

È lecito chiedersi: come mai gli storici della matematica sono finiti sulla ghigliottina? Perché la loro produzione è di tipo umanistico: libri, articoli in libro, edizioni critiche, ecc. e per giunta spesso in italiano, soprattutto quando (ma guarda un po’ che pretesa) si occupano della storia della scienza italiana. Ora, per i database usati dall’Anvur e dalla bibliometria in generale questo tipo di pubblicazioni semplicemente non esiste. Quindi, non conta che tu abbia pubblicato decine di libri, centinaia di articoli, edizioni critiche sofisticate, insomma che abbia svolto un lavoro per cui sei apprezzato all’estero e per cui ti invitano da ogni parte: per i parametri bibliometrici non esisti. Basti dire che chi scrive è bensì passato sotto le forche caudine, ma non si sa per quale miracolo bibliometrico: difatti, sebbene abbia pubblicato in inglese, e presso una casa editrice accademica di prestigio come MIT Press, un libro che è ormai un riferimento nella letteratura concernente la storia della matematizzazione dell’economia, esso semplicemente non esiste, bibliometricamente parlando.

E così una piccola, ma attiva e prestigiosa comunità di studiosi sarà spazzata via assieme alla loro disciplina e agli allievi che ha coltivato in questi anni. Personalmente la cosa non mi tocca e non soltanto perché ho ricevuto il “semaforo verde”, ma perché me ne andrò in pensione anticipata. Ma mi duole profondamente per quel che significa una vicenda come questa. È uno scandalo sufficiente a far intendere quale disastro culturale si stia abbattendo sull’università. Fra l’altro, ci avviamo alla fine di ogni ricerca interdisciplinare. Verrà ridisegnata una nuova struttura di potere accademico-politico dell’università basata sul controllo delle pubblicazioni scientifiche e delle carriere da parte dei gruppi più consistenti mediante “le mediane” opportunamente modulate. Cosa ha a che vedere tutto ciò con il progresso della conoscenza e della scienza? 



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COMMENTI
10/09/2012 - suicidio culturale (Paolo Francini)

Una catastrofe culturale. Questo meccanismo mostruoso e follemente automatizzato è un delirio di onnipotenza di stampo tecno-burocratico. E' avvilente che la comunità scientifica di un intero paese si trovi ad abdicare ad uno dei compiti basilari di tutte le comunità scientifiche (saper discernere e valutare meriti e valori di chi vi opera) e deleghi tutto ciò a un surreale algoritmo deterministico e insieme arbitrario, basato sul computo della disseminazione dell'impatto editoriale (in termini di citazioni ottenute). Ma non ci si rende conto che i medesimi parametri che - a bocce ferme - possono (in linea di massima) anche essere fattori connessi statisticamente, in modo più o meno sensato, all'influenza e presenza in letteratura di un autore, quegli stessi parametri, se codificati e assunti come fattori dirimenti, divengono obiettivi manipolabili e perseguibili di per sé, indipendemente dalle qualità da cui tali fattori dovrebbero derivare (cessano pertanto di essere misuratori affidabili di quanto intendono misurare)? Anche ammesso che la diffusione delle citazioni sia espressione di qualità scientifica, se questa è alla radice sostituita dalle citazioni, molti protenderanno i propri sforzi unicamente nell'organizzazione dei colossali grovigli citazionistici. Facile e sicuro. Ed eccoci alla realtà sostituita da una sua delirante rappresentazione. La scienza che tende a ridursi ad arte delle pubbliche relazioni. Un tentativo di suicidio culturale in piena regola.