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SCUOLA/ Gli interessi di "casta" che impediscono di riformare le Medie

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Un esempio, sul versante del rapporto tra scuola e contesto, può aiutare a meglio comprendere questa prospettiva. Emerge da tutte le indagini, e la recente indagine promossa dalla Fondazione Agnelli lo conferma (inserire link con articolo Gavosto), che esiste un forte divario tra scuola elementare (buona) e scuola media (debole) sia nei risultati di apprendimento sia nel gradimento da parte degli studenti. Si tratta della conferma di quello che, da troppi anni, si mormora nelle aule insegnanti e che non ha però impedito al modello scolastico proposto dalla scuola media di rappresentare il saldo riferimento di tutto il sistema formativo, sia per la scolarizzazione successiva (biennio unitario e licealizzazione del segmento dell’istruzione secondaria) sia per quella precedente (definizione della “scuola di base” e riforma della scuola elementare negli anni 80). Affermare perciò che la differenza nei risultati di apprendimento sia legata alla diversa “forma” della scuola appare oggi insufficiente (le due scuole, media ed elementare, si sono da questo punto di vista molto avvicinate). 

Ugualmente non appare decisiva la qualità del rapporto tra insegnante ed allievo. La recente indagine condotta dall’équipe del prof. Pierpaolo Triani nel piacentino indica chiaramente che, nella percezione del ragazzo, il rapporto appare positivo e non si modifica significativamente nel passaggio tra i due gradi scolastici. Qualche indicazione più aderente alla realtà potrebbe emergere dall’indagine sul diverso valore che l’esperienza non scolastica (famigliare) ha per il bambino e per il preadolescente. Si tratta di affrontare il dato costituito dall’esperienza non scolastica dell’allievo non solo alla ricerca di condizionamenti negativi ma in termini positivi, come portatore di valore aggiunto anche per i compiti propri della scuola, in particolare la conoscenza.

Sul versante del rapporto scuola-amministrazione, non c’è che l’imbarazzo della scelta. Per rimanere a fatti recenti basta ricordare la polemica sull’aumento dell’orario di servizio a 24 ore (poi ridotte a 20, poi fatto cadere) e il megaconcorso di cui è di recente iniziato lo svolgimento. 

Sia i promotori sia gli avversari delle 24 ore di servizio hanno impostato la questione a partire da una lettura puramente quantitativa del problema: giustizia vuole che la forza-lavoro sia remunerata in modo rigidamente proporzionale. Certamente questo è un parametro, ma forse non l’unico e forse neppure quello determinante. Ma sugli aspetti non quantitativi del problema sollevato, poco o nulla si è detto, con qualche eccezione rappresentata da queste pagine.

Ancora più sconcertante è la decisione di riproporre forme di reclutamento che si sono da decenni dimostrate del tutto incapaci di dare risposta al ricambio fisiologico degli insegnanti. Una traduzione assurda (ma strenuamente difesa dai burocrati, entro e fuori l’amministrazione) del precetto costituzionale che prescrive che i dipendenti pubblici debbono essere assunti per concorso ha messo in moto una macchina elefantiaca, costosa, incerta nei suoi esiti (cfr. concorso per il personale direttivo) che riduce la competenza professionale dell’insegnante ai suoi aspetti “tecnici” e che, nei fatti, negli ultimi quarant’anni ha avuto come esito effettivo l’assunzione di centinaia di migliaia di insegnanti senza concorso: perché questo è la ragione obiettiva della eterna vicenda dei precari, ormai divisi in tanti elenchi, tutti a termine, ma mai completamente esauriti, che richiedono sofisticati esperti per essere interpretati senza ledere la forma della norma!



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COMMENTI
04/01/2013 - un ragionamento fondato sulle sabbie mobili (renato morosini)

Ho letto su Tecnica della scuola l'articolo TUTTI PARLANO DI SCUOLA che documenta come la ricerca della Fondazione Agnelli, che il prof. Crema indica come riferimento certo, si sviluppi al di fuori delle legge. Come genitore chiedo: a chi devo credere?