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SCUOLA/ Il "rebus" dell'inglese nel I ciclo: dove cominciare?

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Immaginiamo di essere nei panni di due genitori che in questi mesi abbiano scelto, o stiano per scegliere, il primo segmento obbligatorio di quella lunga strada conosciuta come “istruzione scolastica”; molto probabilmente dopo tre anni di scuola materna e magari anche una qualche esperienza di nido, si troveranno davanti otto anni fra scuola dell’infanzia e di primo ciclo (le “elementari e le medie”), a cui seguiranno, quasi per certo, cinque anni di scuola di secondo ciclo (“la scuola secondaria”). Un totale di 13 anni di istruzione scolastica, tutti interamente interessati dall’apprendimento di una lingua straniera, l’inglese, con un intervallo di tre anni in cui il loro pargoletto, o pargoletta, studierà anche un’altra lingua comunitaria, per poi, a meno di non farlo o farla decisamente virare nella direzione di uno studio specialistico e dedicato alle lingue, abbandonarla del tutto. E tutto ciò senza che ciò desti alcuna preoccupazione nei legislatori che, nelle nuove indicazioni nazionali del 4 settembre 2012, hanno riproposto il bilinguismo con molte motivazioni ben ragionate, di cui una mi pare debba essere sottolineata: “Accostandosi a più lingue, l’alunno impara a riconoscere che esistono differenti sistemi linguistici e culturali e diviene man mano consapevole della varietà di mezzi che ogni lingua offre per pensare, esprimersi e comunicare”. 

Un obiettivo certamente corretto, ma “accostarsi” indica che si tratta di un primo approccio, e siamo sicuri che la piena consapevolezza qui descritta, sia pur da guadagnare “man mano”, si possa acquisire in soli tre anni di reale plurilinguismo? Al di là di ogni pur ragionevole dubbio sulle possibilità di imparare una seconda lingua straniera ad un livello oltre la semplice sopravvivenza, visto che è il legislatore stesso ad indicare come A1 - il primo “gradino” del Quadro Comune di Riferimento Europeo - il livello da raggiungere alla fine della scuola di primo ciclo? Visto che dopo questo iniziale “accostarsi” il plurilinguismo cessa semplicemente di esistere e rimane il bilinguismo, lingua madre e lingua inglese, a meno di non far parte di una minoranza linguistica o di vivere in qualche “zona di confine”?

Tenendo conto della giovane età del discente – il ragazzino o ragazzina che a 11 anni inizia il primo ciclo – e della sua flessibilità, qualche speranza che una tale coscienza maturi si può anche nutrirla, a patto che l’esperienza di apprendimento delle lingue straniere sia reale e significativa. Che prospettiva aprono in questo senso le indicazioni nazionali? C’è una qualche reale novità, oltre alla descrizione dell’apprendimento come didattica delle competenze, in continuità con quanto si è già proposto con le Linee Guida per la Riforma della scuola di secondo ciclo?



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COMMENTI
10/01/2013 - COME POTER ESSERE DI AIUTO (Luisa Parco)

buongiorno Silvia, grazie per questo articolo! Sono mamma di 3 figli oltre che diplomata in interpretariato e traduzione. Ha espresso molto bene un pensiero che esprimo anch'io da anni e che sarebbe interessante riuscire a veicolari ai nostri legislatori affinché venga finalmente messa in pratica una seria modalità di apprendimento della lingua inglese, come lei ha giustamente declinato in tutti i suoi aspetti. Come ho sentito dire da un docente di madre lingua inglese ad un convegno, occorrerebbe prima di tutto insegnare la lingua parlata e poi passare allo scritto, esattamente come facciamo noi madre lingua italiani, che fino ai 6 anni parliamo e POI iniziamo a scrivere. Senza parlare dei grossi problemi incontrati dai dislessici, doppiamente penalizzati dai sussidi scolastici attualmente in uso. Sono disponibile ad approfondire l'argomento e a mettere a disposizione la mia professionalità qualora si possa fare formazione ai docenti. buona giornata e buon lavoro! Luisa