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SCUOLA/ Cosa succede quando alle parole manca la bellezza?

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Bisognerà poi avere presente il repertorio vasto delle figure, cioè dei procedimenti stilistici che servono a persuadere (“persuadére” non “persuádere”! Sarebbe utile redigere un’appendix Probi ai vocabolarî dell’italiano contemporaneo…). Una salda competenza nelle tecniche di presentazione e di esposizione consentiranno infine di realizzare il discorso come vera e propria azione comunicativa. Tanti corsi di public speaking, curati da sociologi, psicologi, esperti di strategie comunicative importate dall’America, sono a ben vedere tentativi – non sempre riusciti – di recuperare quest’ultima fase dell’azione comunicativa propria del retore classico.

In questo quadro complesso, non si vede la “retorica” degli artifici, delle chiacchiere vuote e non di rado furbesche. Non si vede perché non c’è. Ancora nel Settecento vi era piena coscienza del fondamento antropologico della retorica, come teoria e pratica di una comunicazione che mira a essere “utile”, ma non perché serva soltanto a scopi egoistici ed effimeri, bensì perché ha il compito di produrre risultati buoni per i destini della comunità. Tale consapevolezza è tuttora viva in molte istituzioni scolastiche e universitarie inglesi e americane.

Considerare la retorica da questo punto di vista permette forse di vederne l’importanza essenziale per la nostra convivenza umana nelle società occidentali. Conoscere a fondo gli strumenti della retorica è necessario per comunicare bene, ma anche per riconoscere chi sa “parlar bene” per razzolare male. Del pari, un’auto potente e veloce (magari tedesca...) può servire ai ladri per allontanarsi rapidamente dal luogo della rapina; e questa è una brutta cosa, ma non è colpa dell’auto tedesca, bensì di chi l’ha usata allo scopo.

Una salda competenza nella retorica può aiutare a schivare la manipolazione messa in atto proprio dai maestri di retorica (“furbetti”, non tuttavia “cattivi”): in effetti, gran parte della comunicazione di massa è fatta di messaggi rivolti a un pubblico che deve decidere sul futuro (“Per chi votare?” “Che auto comprare?” “Dove andare in vacanza?” “A che facoltà iscriversi?”). Un pubblico smaliziato scopre facilmente i trucchi del mestiere e non cadrà nella rete degli agitprop di professione (non è detto che il rigore sia ovunque una virtù; né il populismo è in quanto tale un male…).

Può così riemergere la retorica trasparente, fedele all’impianto della tradizione classica e così frequente nella comunicazione naturale: secondo Du Marsais, «si fanno più figure in un giorno di mercato in piazza che in molti giorni di assemblee accademiche» (cito da Bice Mortara Garavelli, Manuale di retorica, Milano 2010, p. 293). Le figure retoriche – procedimenti stilistici liberamente utilizzabili allo scopo di persuadere – si usano non appena si apre bocca (quest’ultima espressione mi pare una sineddoche, pars pro toto). La tradizione le ha descritte, sia per la forma sia per gli usi tipici. Le classificazioni sono varie, a seconda delle scuole. Purtroppo, il declino della classicità ha fatto sì che – in epoca moderna – la retorica fosse in gran parte ridotta a una materia da insegnare nelle scuole, ma non da applicare nell’attività comunicativa pubblica. Ne era rimasta la pratica del linguaggio figurato, ridotto a esercizio scolastico, privato anche delle valenze morali, che le venivano dal fondamento antropologico originario.



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