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SCUOLA/ Cosa succede quando alle parole manca la bellezza?

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Al solo udire “retorica” sale la nausea e torna in piazza la battuta di Victor Hugo: “Guerra alla retorica, pace alla sintassi”. Per secoli il nome “retorica” si è infatti accostato all’idea di ornamento vuoto, fine a sé stesso, buono per i perdigiorno. 

Eppure, Aristotele si occupò di retorica proprio perché ne vedeva la grande utilità. Altro che perdita di tempo! Egli le attribuiva il compito di trovare, descrivere, mostrare il funzionamento degli elementi che, nella pratica discorsiva quotidiana, servono a persuadere il pubblico – anzi, l’uditorio, giacché il discorso fedele alle regole della ragione (il logos) si svolgeva come dialogo: era un’attività sociale e verbale. Del resto, rhétor è “colui che parla”; il nome viene dalla radice di éiro “parlare, raccontare, annunciare, proclamare” – ed è una radice che si trova nel lat. verbum, nell’inglese moderno word, nel tedesco Wort

La retorica aristotelica è dunque una pragmatica del discorso quotidiano. Ed è una pragmatica orientata al destinatario: Aristotele prevede che il retore organizzi il discorso secondo le caratteristiche dell’uditorio (vi è una specie di massima: “dimmi a chi ti rivolgi e ti dirò come parlare”). Ora, il destinatario può avere il compito, e il potere, di cambiare le cose; oppure, è un pubblico che assiste, osserva, è spettatore delle cose che si sono svolte. Il potere di cambiare le cose può riguardare il passato oppure il futuro. Nel primo caso, l’uditorio ha caratteristica del giudice chiamato a decidere nel tribunale – e il retore pronuncerà un discorso “giudiziario”. Nel secondo caso, il pubblico è un’assemblea politica, cui spetta deliberare su ciò che va fatto – e il discorso è “deliberativo”. Se invece il pubblico è spettatore (theorós), il discorso è “epidittico”, cioè serve a “indicare, mostrare” ciò che è buono e bello (bello in quanto è buono), movendo l’uditorio ad aderire alla bontà e alla bellezza delle cose rappresentate. 

Il retore ha un compito pratico di grande importanza per la vita sociale e per il bene delle istituzioni. La sua attività è guida per le decisioni che riguardano gli altri (generi giudiziario e deliberativo) e per la formazione morale ed estetica di sé (genere epidittico): la contemplazione del bene che si manifesta come bello serve a costruire, confermare, correggere gli animi, affinché costoro vedano in modo retto, quando dovranno deliberare o giudicare.

Fondamentale, per il discorso, è la forza di persuasione, cioè la capacità di muovere l’uditorio ad aderire a un punto di vista. Nell’attività verbale il retore si serve degli strumenti adatti allo scopo. Si tratterà scoprire gli argomenti migliori a sostegno della tesi; occorrerà poi disporre le parti del testo in modo efficace (p.es. introdurre un problema, presentare una soluzione provvisoria, considerare le voci contrarie, superare le obiezioni e offrire una soluzione definitiva, così che magister locutus, causa soluta). 



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