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SCUOLA/ Quei giovani in cerca di un "alfabeto" per sopravvivere

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Intervenendo sul caso di vessazione attraverso la rete virtuale che potrebbe aver indotto Carolina Picchio a spezzare la propria vita, per esempio Anna Oliverio Ferraris, psicologa dello sviluppo nell’Università La Sapienza di Roma, ha messo a fuoco il mondo dei giovani spesso lanciati senza freni nelle loro deleterie “guerre verbali” via Internet, ed ha sottolineato una carenza diffusa, la mancanza di una “alfabetizzazione emotiva” che educhi i giovani a riconoscere e controllare le proprie emozioni. È indubbio che − come ha sottolineato la stessa docente − i sentimenti rappresentano una materia incandescente da gestire e che non è mai troppo l’esercizio richiesto agli adolescenti per imparare a incanalare positivamente le proprie reazioni emotive oggi disancorate da criteri di giudizio che orientano l’agire. 

Eppure in tutto questo sembra messo fra parentesi un grido di dolore camuffato in mille modi, a volte arrogante e scomposto, altre volte fragile e soffocato come quello sussurrato da Carolina: “Scusate... mi dispiace”. Prima del dialogo, prima di una nuova educazione dei sentimenti, delle regole di comportamento sociale, di un uso più appropriato ed equilibrato dei social network… c’è una sete che graffia la gola, un bisogno di “essere forti” che si scontra sempre più spesso con un senso di debolezza,  di sproporzione angosciosa. È come la mancanza, o meglio la dimenticanza, di un augurio primordiale da respirare con l’aria, di un “benvenuto al mondo” che riecheggi in ogni istante dell’esistenza, che la renda inaffondabile, indiscutibile e la riconosca originariamente positiva.  

Cosa accadrebbe se a un tratto ognuno di loro scoprisse tutto il segreto? Cosa, se ognuno di essi, a un tratto scoprisse quanta lealtà, onestà, quanta allegria sommamente sincera e cordiale, purezza, quanti sentimenti magnanimi, desideri buoni quanta intelligenza…si trova in ognuno di loro, proprio in tutti, assolutamente in ognuno!” Così notava Dostoevskij nel suo Diario di uno scrittore e considerava  che un tale straordinario potere potrebbe essere realmente riconosciuto, “è in ognuno di voi − proseguiva − ma nascosto così in profondità che già da molto tempo ha iniziato a sembrare poco credibile… La vostra disgrazia è tutta nel fatto che per voi questo non è credibile”. Concludeva così delineando il passaggio da una cultura dove l’uomo poteva riconoscere la propria vera “immagine”, un proprio volto unico e di infinito valore, alla cultura permeata di nichilismo che ne ha deturpato i tratti, rendendolo anonimo e irriconoscibile.  

Di questo raramente si parla, difficilmente qualcuno osa una diagnosi circa la malattia che ha reso tanto fragile la consistenza del vivere, che ha indebolito quell’istintivo moto del cuore umano che spinge a desiderare il bene di sé e dell’altro invece di rincorrere l’illusione frustrante di un presuntuoso e irraggiungibile dominio sul reale. 



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