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SCUOLA/ Quale "lavoro" proponiamo agli studenti dei licei?

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Luigi Berlinguer  da ministro, affermò che ci voleva un po’ di lavoro manuale anche al liceo classico: ancora una volta, poco più che uno slogan − suscettibile, se fosse stato raccolto, di applicazioni devastanti (e un po’ grottesche, invero, negli anni in cui questo tipo di attività veniva definitivamente eliminata dalle scuole medie inferiori e svalutata in quelle professionali); e tuttavia, adesso che quasi nessuno tra i ragazzi, nonché svolgerli, nemmeno vede più svolgere dagli adulti quei tanti lavori che fino a qualche decennio fa accompagnavano la vita delle famiglie, anche questa boutade acquista un sapore diverso, lascia balenare il suggerimento di qualcosa di necessario, seppure malinteso e stravolto.

Perché il lavoro? Perché ha un fine che non sei tu, perché va fatto tutto, perché va fatto con esattezza. Non occorre dilungarsi oltre sulla prima caratteristica. La seconda e la terza meritano due parole. Il lavoro va fatto tutto, per questo è inesorabilmente serio. Se il mio consiste nel chiudere ogni sera dieci porte, chiudendone nove non avrò fatto quasi tutto: non avrò fatto nulla, perché la parzialità lo vanifica. Il lavoro va fatto con esattezza, per questo, di nuovo, è inesorabilmente serio.  Se preparando un cibo che richiede venti ingredienti dimentico il sale, non l’ho fatto quasi perfetto, l’ho rovinato.

Ecco, senza sperimentare questa dimensione, nessuno può crescere davvero. E dunque, quale “lavoro” proponiamo agli studenti dei licei? 

Non sto pensando all’ennesimo progetto in cui, sfrondando qua e là qualche disciplina, si inserisce una settimana o due in cui anche i liceali “provano” il lavoro.  Se si “prova” non è lavoro, è un diversivo come un altro, altro pascolo per la curiositas. Tanto più che la domanda, alla fine, non è: “L’hai fatto bene?” ma “L’hai trovato interessante?”, non “È utile ciò che hai fatto?” ma “Pensi che ti sia stato utile?”.

Non voglio dire che nella vita non capiti di “provare”, ma è vera “prova”, come il senso pieno del termine suggerisce, se nasce da un rischio in cui la persona gioca molto. Si può anche scoprire di avere sbagliato strada, ma riconoscerlo e cambiare, se è stata vera prova, costa.

Forse c’è un compito che è affidato agli studenti dei licei, un compito da svolgere per il bene di tutti: consentire il passaggio alle nuove generazione di una tradizione culturale. Ma allora occorre chiedere che vi si impegnino davvero, e  che vi si impegnino per tutti. Cioè che facciano un lavoro per altri, che lo facciano tutto, che lo facciano con esattezza. E questo forse si può insegnare. Magari chiedendo di progettare, studiare, prepararsi, per realizzare una qualche forma di comunicazione culturale a beneficio di altri.



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