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SCUOLA/ Ugolini: la vera valutazione non è di destra o di sinistra

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Tutti in piazza (infoPhoto)  Tutti in piazza (infoPhoto)

L’autovalutazione non può essere la semplice «narrazione» che una scuola produce di se stessa. Il rapporto di autovalutazione, che le scuole sono tenute a pubblicare, è costruito su un quadro di riferimento, secondo indicatori forniti a livello nazionale, che  prenderanno in considerazione indicatori diversi: ad esempio il tasso di assenze di docenti e studenti, turnover, numero delle ore di recupero, esiti scolastici, inserimento nel mondo del lavoro per gli istituti professionali, e altro ancora. 

Dunque l’autovalutazione ha già un quadro di riferimento esterno.

Sì, perché senza un quadro di riferimento comune e senza benchmark nazionali un paragone non è possibile. Aggiungo, anche per dissipare le polemiche più recenti, che fare un rapporto di autovalutazione solo sui dati delle rilevazioni Invalsi di italiano e matematica sarebbe assolutamente fuorviante. Sono indicazioni preziose, che vanno lette con attenzione, dentro un quadro più ampio che tiene in considerazione altri elementi che richiedono il contributo dei singoli istituti, anche perché rilevano le grandi differenze esistenti all’interno di scuole dello stesso ordine (ad esempio primarie) e dello stesso territorio. Sono dati che hanno fatto emergere diversità di risultati anche del 50% tra scuole primarie della stessa zona.

E la valutazione esterna?

L’idea di base che presiede alla valutazione esterna è che per valutare realisticamente una realtà complessa come una scuola, occorre vederla dal vivo. La carta, anche in formato elettronico, non basta. Rispetto alla legge 10/2011, che fa da base al nuovo Regolamento, ora c’è un passo in avanti importante, perché i nuclei di valutazione sono coordinati da ispettori, ma al loro interno ci sono esperti, che potranno essere selezionati in un albo, per le loro competenze acquisite sul campo: non solo nell’ambito della scuola e della pubblica amministrazione, ma anche con competenze in diversi settori, proprio per rispecchiare in sede di valutazione l’estrema varietà di problemi che una scuola si trova ad affrontare, da quelli economici a quelli prettamente educativi.

Ma siamo sicuri che tutte queste azioni non interferiscano né con l’autonomia, né con la libertà di insegnamento dei docenti?

L’autonomia senza valutazione si traduce inesorabilmente in autoreferenzialità. Io sono la più grande fautrice dell’autonomia, ma l’autonomia deve avere degli obiettivi. Funzionali ad uno scopo: la costruzione di una scuola di qualità. Ed è chiaro che, per questo motivo, gli obiettivi sono profondamente diversi a seconda che si parli di un liceo classico nel centro di Venezia o di Napoli, oppure di un istituto professionale a Tor Bella Monaca. Non c’è una ricetta per tutti ed un unico metro di giudizio. Ogni scuola dovrebbe pensare a come migliorare e ogni dirigente responsabile dovrebbe essere capace di guidare un percorso di miglioramento.

C’è la rendicontazione finale. Non è una parola dal sapore un po’ aziendalistico?

La rendicontazione non è nient’altro che il resoconto del lavoro svolto, in modo trasparente e, come dice il Regolamento, «comparabile». Non esistono al mondo delle istituzioni a cui vengono date delle risorse della collettività, senza che ne debbano rendere conto. D’altra parte, chiedere a ogni singola scuola di pensare ad un piano di miglioramento, vuol dire domandarle di essere in gara con se stessa, non  con quella a fianco. In ciò, come si vede, non c’è nessun aziendalismo.

Ma rendere conto a chi?



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COMMENTI
15/01/2013 - Valutazione apripista della meritocrazia? (Vincenzo Pascuzzi)

Note e osservazioni: 1) Non mi sono mai posto il problema di classificare a destra o a sinistra la valutazione. E poi perché “vera”?! Però la valutazione con i test Invalsi è di Gelmini, perciò di destra. 2) «Abbiamo a disposizione tutto per avere un sistema educativo di qualità,...». Proprio tutto no. Qualche risorsa economica in più sarebbe necessaria per avvicinarci alle lodate medie europee: + 14 mld (gli 8 tagliati + altri 6). 3) La valutazione è una rappresentazione semplificata della realtà; di per sé, non può migliorare l’esistente. Così come il termometro non scaccia la febbre. 4) La valutazione - tramite Invalsi – si propone come apripista della meritocrazia? È un rischio e un errore. Scrive Giorgio Israel: «un pensiero tecnocratico e manageriale che è all’opera tutti i giorni, nella pretesa di demandare le decisioni a organismi “tecnici” e “competenti”, con risultati spesso desolanti, ma sottratti a contestazione, perché gli organismi di “valutazione” sono fuori controllo, in quanto competenti per definizione» (Meritocrazia e Democrazia, 13.1.2013). Più modestamente, anch’io: «la parolina “merito” risuona quale sicura e rapida scorciatoia per (tentare di) avere per sé il consenso, per appropriarsi della ragione, per giustificare qualsiasi proprio annuncio, provvedimento, iniziativa, cantonata, rinvio, omissione e anche per affermare implicitamente di possederlo, il merito, e di saperlo quindi valutare negli altri» (Merito! Merito! Alalà!, 29.10.2009)