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SCUOLA/ Contri: i nativi digitali? Salviamoli prima che si friggano il cervello

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Innanzitutto ho cercato di approfondire ulteriormente le analisi con un numero sempre più vasto di docenti, e grazie ad un ulteriore confronto di carattere interdisciplinare anche con studiosi di neurologia, psichiatria e psicologia, scienze cognitive, mass media, ho ritenuto, insieme ai docenti del network Athena, di avere di fronte una radiografia piuttosto precisa del problema e delle sue cause, che ci potesse aiutare ad impostare anche delle possibili soluzioni.

Molti condividono questa preoccupazione, ma alcuni vi accusano di essere conservatori sordi allo sviluppo della tecnologia.

Niente di più falso: personalmente ho contribuito allo sviluppo del mercato Internet in Italia quando, come amministratore delegato di Mc Cann Erickson Interactive aiutai Tin.it a passare da 40mila a quasi 4 milioni di abbonati, in tempi nei quali gli italiani ancora non sapevano come si settava un modem…Come consigliere della Rai ho gestito poi per quattro anni la delega ai nuovi media, contribuendo a disegnare tutti gli asset che la Rai ha oggi nell’on-line, e facendo poi crescere Rainet, quando ne divenni ad, del 500 per cento in 5 anni… tutto questo per dire che è risibile considerarmi un conservatore, visto che nella mia borsa ci sono inoltre tutte le diavolerie tecnologiche più avanzate… Credo sia invece dovere di un innovatore conoscere pregi ed anche effetti collaterali delle nuove tecnologie.

Quali sono, secondo lei?

Le opportunità sono evidenti, ma c’è un “ma” che non si può più trascurare. Il vulcanico sviluppo dei mezzi e delle tecnologie di comunicazione avvenuto negli ultimi venti anni ci ha messo e ci mette a disposizione una quantità impressionante di strumenti capaci di aumentare le nostre conoscenze e le nostre informazioni, ovunque ci troviamo e in qualsiasi momento. E questo è un fatto di cui sarebbe semplicemente sciocco non apprezzare la portata. Ma sarebbe altrettanto sciocco ignorare che l’uso non appropriato o addirittura compulsivo di questi mezzi può generare effetti collaterali anche gravi, come quelli rilevati in un crescente numero di studenti universitari. Se a questo si aggiunge un grande volume di studi e pubblicazioni di carattere scientifico su vari aspetti correlati di carattere neurologico, cognitivo, ma anche sociologico e filosofico, possiamo affermare senza ombra di smentita che questo allarme va preso sul serio, invitando innanzitutto la classe dei docenti e degli educatori e poi dei ministri competenti a prendere i dovuti provvedimenti prima che più di una generazione rischi di regredire invece che progredire, diventando schiava piuttosto che padrona dei nuovi mezzi di comunicazione.

Immaginiamo che il fenomeno sia molto recente…



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COMMENTI
30/01/2013 - considerazioni (loris SOleri)

Manifestando il totale accordo con quanto espresso nell'articolo, faccio due osservazioni: la tecnologia è buona se porta frutti buoni (facile, vero, dire così?), è cattiva se l'uomo nell'utilizzo perde le sue facoltà che gli permettono di interagire con la realtà. L'uso dell'automobile è dannoso se fa perdere l'utiizzo delle gambe (come nel film Wall-E). Così la tecnologia digitale è dannosa se fa perdere o sostituisce la capacità che la mente ha di conoscere, memorizzare, ideare, creare, risolvere: e purtroppo sembra che si cerchi di creare degli alienati più che degli uomini. Altra considerazione: si parla di multitasking. Mi fa ridere se penso al Ricercare a 6 voci dell'Offerta musicale di J.S.Bach. Altro che multitasking!

 
20/01/2013 - Equilibrio o estremismo? (Antonio Servadio)

Vivissime congratulazioni per questo articolo, nitido, centrato, forte. Dotato di una visuale assai ampia e scevra da taboo, priva di ideologia. Ne condivido appieno ispirazione e integralmente i contenuti. A fronte di tanti blateramenti mediatici che inseguono superficialmente le mode, ci serve invece questo spirito critico. - E' anche vero quanto ha scritto qualcun altro qua sotto, che si vanno sviluppando attitudini e competenze che pure hanno una loro utilità, una loro convenienza. Ma bisogna sempre chiedersi per quali mete e in quali scenari siano utili queste nuove attitudini. Questo è il punto, che nell'articolo è solo sfiorato. Mi pare che l'articolo non prospetti di rigettare le nuove tecnologie nè le corrispondenti attitudini cognitive. Come sempre, è questione di equilibrio: possiamo e dobbiamo apprendere sia le "vecchie" sia le "nuove" competenze, non solo le une o le altre. L'emergenza educativa attuale è dovuta al netto prevalere delle "nuove" a pieno discapito delle "vecchie". Questo estremismo, questa moda, va combattuta. Concordo appieno anche con le proposte evidenziate in fondo. C'è infatti un lato B di questa emergenza educativa, di cui si parla troppo poco. Tra chi ha più di 40 anni sono decisamente troppo pochi gli adulti capaci di dominare le nuove tecnologie e i corrispondenti modalità di pensiero, insegnanti e genitori compresi. No a pasticcioni e ignoranti digitali, si alla cultura come capacità di apprendere a tutto tondo e senza limiti di età.

 
19/01/2013 - Computer, coltello, tizzone e fantasia (Elio Fragassi)

Nel 2008, un mio articolo con il titolo riportato in oggetto reperibile a questo link: http://www.webalice.it/eliofragassi/private/articoli/Computer,coltello,ecc.htm ribadiva: “Il tempo che stiamo vivendo custodisce, nel suo cuore e nella parte più interna del suo nucleo, una rivoluzione silenziosa che, man mano, si espande in ogni dove: la rivoluzione tecnologica. In particolare, in questo caso, mi riferisco a quella dell'informazione e della comunicazione o meglio la rivoluzione informatica o digitale. Questa rivoluzione che investe, spesso senza che ce ne accorgiamo, la nostra vita, il nostro spazio, il nostro tempo, i nostri sentimenti, la nostra mente è una rivoluzione talmente profonda che sconvolgerà, al termine, il nostro pensiero se non saremmo vigili e capaci di governarla perché, proprio per le sue caratteristiche di a-spazialità ed immaterialità, è in grado di penetrare in ogni dove, ed in profondità, anche in modo subdolo, senza farsi notare evitando, così, che ci si accorga della sua invisibile infiltrazione... Questo è, a parer mio, l’atteggiamento più sbagliato verso questo (e non solo) strumento tecnologico, perché ci poniamo in una posizione di sudditanza verso la macchina stessa, posizione che tende, sostanzialmente, ad "umanizzare" la macchina: cliccando qui lui ti esegue..., la macchina ti fa..., dagli questo comando e..., ed a "macchinizzare" l'individuo: basta premere un tasto e..., premi invio e..., clicca sul pulsante destro e si apre..., clicca..

 
19/01/2013 - Grazie (FRANCA NEGRI)

Questa intervista conferma una serie di intuizioni che coltivavo da tempo, in contatto con i miei studenti di liceo. Purtroppo, non solo non sarà possibile "vietare" in classe l'uso di protesi tecnologiche del sé, ma, come saprete, stiamo dotando molte classi di un tablet per ogni studente. Non so fino a quando gli insegnanti saranno liberi di chiedere loro di tenerseli, spenti, nello zaino.

 
19/01/2013 - strutture concettuali (Pierluigi Assogna)

La struttura di concetti che rappresenta il nostro bagaglio culturale molto probabilmente assomiglia ad una rete di quelle chiamate “a indifferenza di scala”, nella quale i diversi concetti (potremmo chiamarli memi, con una espressione ormai fuori moda) sono collegati tra loro a molti livelli di astrazione, con alcuni nodi (più generali) particolarmente ricchi di collegamenti e situati a diversi livelli. In ogni caso è fondamentale la profondità della rete. Una rete consente una visione sintetica solo se offre molti livelli di classificazione. Una esperienza molto frammentata, veloce, variabile ed eterogenea (basta prendere come esempio i video-clip musicali, nei quali solitamente ogni scena dura qualche secondo) tende a sviluppare certamente una migliore intelligenza utilitaristica, tipica da problem-solving di primo livello, ma preclude (in quanto tendente ad occupare tutto il tempo disponibile) la capacità di strutturare livelli di astrazione. Chi segue quasi esclusivamente questi flash di esperienza trova difficile rendersi conto ad esempio di essere immerso in una tendenza. Per capire una tendenza si devono “registrare” gli eventi in una classe nella quale altri fenomeni analoghi possano servire da confronto. Non parliamo poi della apprensione delle derivate temporali (o di qualsiasi altra caratteristica) dei fenomeni, cioè accelerazioni, accelerazioni di accelerazioni, ecc., oppure della comprensione di correlazioni con altre tendenze.

 
19/01/2013 - Digital Brain Evolution (Daniele Prof Pauletto)

La società digitale modifica le nostre capacità cognitive verso forme di intelligenza utilitaristica, più veloce e rapida, capace di multitasking e simultaneità,meno concentrata e analititica, ciò che per alcuni autori può essere definita NetIntelligenza. Stiamo "evolvendo" verso un'intelligenza fluida che meglio si adatta al mondo/società digitale, una intelligenza capace di trovare un senso nella confusione delle informazioni mediali (multitasking). I nativi digitali sono inoltre capaci di risolvere nuovi problemi indipendentemente dalle loro conoscenze acquisite, hanno sviluppato una nuova creatività intesa come un mix di conoscenza e una serie di collegamenti/link, una capacità di connessione con altre "digital-persone". Un'intelligenza che spende meno tempo a cercare di ricordare (search) e più tempo alla generazione di soluzioni, in grado di sviluppare un'integrazione più avanzata delle informazioni, anche in termini valutativi. Un'intelligenza veloce nel muoversi tra le informazioni, senza approfondirle, ma capace di collegarle tra loro nella loro interezza o in parti, con possibili interconessioni di frammenti. Un'intelligenza sempre in movimento, fluttuante più che concentrata, capace di utilizzare forme di intelligenza distribuita, capace di un apprendimento nuovo, più informale che formale, capace di scoprire in modo rapido.