BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Contri: i nativi digitali? Salviamoli prima che si friggano il cervello

Pubblicazione: - Ultimo aggiornamento:

InfoPhoto  InfoPhoto

Mica tanto, per la verità. Già vent’anni fa, autorevoli studiosi di mass media come Nicholas Negroponte e Ira Carlin ci mettevano in guardia dal pericolo dell’information overload, che oggi viene indicata addirittura come uno degli elementi scatenanti le sindromi da stress correlate alla Ias (Internet Addiction Syndrome). Proprio su Wired, il periodico di riferimento del web, si poteva leggere: “Con la mente sempre fissa sull’informazione, la nostra attenzione svanisce. Dedichiamo sempre meno tempo ad un numero sempre maggiore di singoli pezzi di media, e così finiamo per collezionare frammenti”. Senza volerci addentrare nel campo di patologie specifiche (ma è assai significativo che il Dsm, Manual of Mental Disorders, la bibbia degli psichiatri di tutto il mondo, si appresti a introdurre la Ias tra le sindromi patologiche accertate e definite) preferiamo concentrarci sulla causa che sta generando tutti i problemi che abbiamo riscontrato: il vivere in un’era che abbiamo definita “della costante attenzione parziale”.

Ci spieghi.

Un’era in cui un’illusione di tipo chiaramente paranoide ritiene che il cervello umano possa diventare “multitasking” come quello di un computer. Ora, c’è oramai una mole di studi scientifici che dimostrano – anche con l’uso di avanzate tecniche di imaging diagnostico (es. quelli di Jon Hamilton, pubblicati su Science) che le aree del cervello destinate ad immagazzinare i ricordi (che inoltre sono frutto di complesse interazioni tra meccanismi biochimici, elettrici, emotivi e altro ancora) possono fare non più di una o due operazioni contemporaneamente, pena l’esclusione dal proprio orizzonte cognitivo della terza e delle altre, relegate in “buffer” estremamente volatili, tanto per usare un linguaggio informatico.

Il tentativo di trasferire il multitasking dal computer al cervello umano…

Esatto. Ma i neurologi ci dicono che non è un’operazione possibile. Se guardiamo la foto in cui la nostra studentessa, novella  dea Khalì, fa con tutte le sue braccia tante operazioni differenti nello stesso momento, abbiamo una chiara idea di cosa significa vivere nell’era della “costante attenzione parziale”: è del tutto evidente che dedicando una porzione sempre inferiore della sua attenzione a molteplici attività di carattere emotivo/cognitivo (gioco, emozione, informazione), un soggetto tende ad incamerare frammenti di realtà. E quando si troverà nella necessità di doverli rielaborare, inevitabilmente ricostruirà nel migliore dei casi un quadro composto da frammenti, e nel peggiore dei casi quello di un pensiero destrutturato del tutto privo di senso critico, che è per sua natura frutto di una vera e propria ginnastica di concentrazione, nella fattispecie assai poco presente. Su questo tema la letteratura scientifica è oramai vastissima.

Vada avanti.

Ancora su Wired, Brandon Keim scriveva nel 2009 “Il sovraccarico digitale sta friggendo i nostri cervelli”. La celebre columnist americana Maggie Johnson, nel suo saggio Distracted, spiega gli effetti dei “costi di commutazione” del sovraccarico di informazioni ai nostri processi cognitivi: “Il cervello impiega tempo per cambiare i propri obiettivi, per ricordare le regole necessarie a svolgere il nuovo compito, e bloccare le interferenze cognitive dell’attività precedente ancora molto vivida”. Secondo il ricercatore Torkel Klingberg, un alto carico cognitivo aumenta la distrazione, sicché diventa sempre più alto il rischio di non sapere più distinguere le informazioni più rilevanti da quelle che non lo sono, di non sapere più distinguere il segnale dal rumore.

Sono questi i motivi che rendono frammentato e poco strutturato il pensiero di molti giovani universitari?

 



< PAG. PREC.   PAG. SUCC. >


COMMENTI
30/01/2013 - considerazioni (loris SOleri)

Manifestando il totale accordo con quanto espresso nell'articolo, faccio due osservazioni: la tecnologia è buona se porta frutti buoni (facile, vero, dire così?), è cattiva se l'uomo nell'utilizzo perde le sue facoltà che gli permettono di interagire con la realtà. L'uso dell'automobile è dannoso se fa perdere l'utiizzo delle gambe (come nel film Wall-E). Così la tecnologia digitale è dannosa se fa perdere o sostituisce la capacità che la mente ha di conoscere, memorizzare, ideare, creare, risolvere: e purtroppo sembra che si cerchi di creare degli alienati più che degli uomini. Altra considerazione: si parla di multitasking. Mi fa ridere se penso al Ricercare a 6 voci dell'Offerta musicale di J.S.Bach. Altro che multitasking!

 
20/01/2013 - Equilibrio o estremismo? (Antonio Servadio)

Vivissime congratulazioni per questo articolo, nitido, centrato, forte. Dotato di una visuale assai ampia e scevra da taboo, priva di ideologia. Ne condivido appieno ispirazione e integralmente i contenuti. A fronte di tanti blateramenti mediatici che inseguono superficialmente le mode, ci serve invece questo spirito critico. - E' anche vero quanto ha scritto qualcun altro qua sotto, che si vanno sviluppando attitudini e competenze che pure hanno una loro utilità, una loro convenienza. Ma bisogna sempre chiedersi per quali mete e in quali scenari siano utili queste nuove attitudini. Questo è il punto, che nell'articolo è solo sfiorato. Mi pare che l'articolo non prospetti di rigettare le nuove tecnologie nè le corrispondenti attitudini cognitive. Come sempre, è questione di equilibrio: possiamo e dobbiamo apprendere sia le "vecchie" sia le "nuove" competenze, non solo le une o le altre. L'emergenza educativa attuale è dovuta al netto prevalere delle "nuove" a pieno discapito delle "vecchie". Questo estremismo, questa moda, va combattuta. Concordo appieno anche con le proposte evidenziate in fondo. C'è infatti un lato B di questa emergenza educativa, di cui si parla troppo poco. Tra chi ha più di 40 anni sono decisamente troppo pochi gli adulti capaci di dominare le nuove tecnologie e i corrispondenti modalità di pensiero, insegnanti e genitori compresi. No a pasticcioni e ignoranti digitali, si alla cultura come capacità di apprendere a tutto tondo e senza limiti di età.

 
19/01/2013 - Computer, coltello, tizzone e fantasia (Elio Fragassi)

Nel 2008, un mio articolo con il titolo riportato in oggetto reperibile a questo link: http://www.webalice.it/eliofragassi/private/articoli/Computer,coltello,ecc.htm ribadiva: “Il tempo che stiamo vivendo custodisce, nel suo cuore e nella parte più interna del suo nucleo, una rivoluzione silenziosa che, man mano, si espande in ogni dove: la rivoluzione tecnologica. In particolare, in questo caso, mi riferisco a quella dell'informazione e della comunicazione o meglio la rivoluzione informatica o digitale. Questa rivoluzione che investe, spesso senza che ce ne accorgiamo, la nostra vita, il nostro spazio, il nostro tempo, i nostri sentimenti, la nostra mente è una rivoluzione talmente profonda che sconvolgerà, al termine, il nostro pensiero se non saremmo vigili e capaci di governarla perché, proprio per le sue caratteristiche di a-spazialità ed immaterialità, è in grado di penetrare in ogni dove, ed in profondità, anche in modo subdolo, senza farsi notare evitando, così, che ci si accorga della sua invisibile infiltrazione... Questo è, a parer mio, l’atteggiamento più sbagliato verso questo (e non solo) strumento tecnologico, perché ci poniamo in una posizione di sudditanza verso la macchina stessa, posizione che tende, sostanzialmente, ad "umanizzare" la macchina: cliccando qui lui ti esegue..., la macchina ti fa..., dagli questo comando e..., ed a "macchinizzare" l'individuo: basta premere un tasto e..., premi invio e..., clicca sul pulsante destro e si apre..., clicca..

 
19/01/2013 - Grazie (FRANCA NEGRI)

Questa intervista conferma una serie di intuizioni che coltivavo da tempo, in contatto con i miei studenti di liceo. Purtroppo, non solo non sarà possibile "vietare" in classe l'uso di protesi tecnologiche del sé, ma, come saprete, stiamo dotando molte classi di un tablet per ogni studente. Non so fino a quando gli insegnanti saranno liberi di chiedere loro di tenerseli, spenti, nello zaino.

 
19/01/2013 - strutture concettuali (Pierluigi Assogna)

La struttura di concetti che rappresenta il nostro bagaglio culturale molto probabilmente assomiglia ad una rete di quelle chiamate “a indifferenza di scala”, nella quale i diversi concetti (potremmo chiamarli memi, con una espressione ormai fuori moda) sono collegati tra loro a molti livelli di astrazione, con alcuni nodi (più generali) particolarmente ricchi di collegamenti e situati a diversi livelli. In ogni caso è fondamentale la profondità della rete. Una rete consente una visione sintetica solo se offre molti livelli di classificazione. Una esperienza molto frammentata, veloce, variabile ed eterogenea (basta prendere come esempio i video-clip musicali, nei quali solitamente ogni scena dura qualche secondo) tende a sviluppare certamente una migliore intelligenza utilitaristica, tipica da problem-solving di primo livello, ma preclude (in quanto tendente ad occupare tutto il tempo disponibile) la capacità di strutturare livelli di astrazione. Chi segue quasi esclusivamente questi flash di esperienza trova difficile rendersi conto ad esempio di essere immerso in una tendenza. Per capire una tendenza si devono “registrare” gli eventi in una classe nella quale altri fenomeni analoghi possano servire da confronto. Non parliamo poi della apprensione delle derivate temporali (o di qualsiasi altra caratteristica) dei fenomeni, cioè accelerazioni, accelerazioni di accelerazioni, ecc., oppure della comprensione di correlazioni con altre tendenze.

 
19/01/2013 - Digital Brain Evolution (Daniele Prof Pauletto)

La società digitale modifica le nostre capacità cognitive verso forme di intelligenza utilitaristica, più veloce e rapida, capace di multitasking e simultaneità,meno concentrata e analititica, ciò che per alcuni autori può essere definita NetIntelligenza. Stiamo "evolvendo" verso un'intelligenza fluida che meglio si adatta al mondo/società digitale, una intelligenza capace di trovare un senso nella confusione delle informazioni mediali (multitasking). I nativi digitali sono inoltre capaci di risolvere nuovi problemi indipendentemente dalle loro conoscenze acquisite, hanno sviluppato una nuova creatività intesa come un mix di conoscenza e una serie di collegamenti/link, una capacità di connessione con altre "digital-persone". Un'intelligenza che spende meno tempo a cercare di ricordare (search) e più tempo alla generazione di soluzioni, in grado di sviluppare un'integrazione più avanzata delle informazioni, anche in termini valutativi. Un'intelligenza veloce nel muoversi tra le informazioni, senza approfondirle, ma capace di collegarle tra loro nella loro interezza o in parti, con possibili interconessioni di frammenti. Un'intelligenza sempre in movimento, fluttuante più che concentrata, capace di utilizzare forme di intelligenza distribuita, capace di un apprendimento nuovo, più informale che formale, capace di scoprire in modo rapido.