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SCUOLA/ Contri: i nativi digitali? Salviamoli prima che si friggano il cervello

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La “plasticità neuronale” dei nativi digitali? Meriterebbe una risposta fantozziana, se le conseguenze indotte dalla diffusione dei nuovi media non fossero preoccupanti. Sì, perché le nuove generazioni, dominate dall’uso compulsivo di pc, tablet, auricolari, input audio e video, sono l’esempio vivente di un declino del pensiero critico. “Collezionano frammenti”, dice a Ilsussidiario.net Alberto Contri, presidente della Fondazione Pubblicità Progresso. E non sanno più esprimersi in italiano. Se ne discute oggi all’Università Cattolica di Milano in un seminario organizzato da Pubblicità Progresso e dallo Spaee (Servizio di Psicologia dell’Apprendimento e dell’Età Evolutiva).

Professor Contri, l’allarme da lei lanciato sul “pensiero destrutturato dei giovani”, di cui si parla oggi all’Università Cattolica di Milano, è un bel sasso nello stagno che sembra aver colto nel segno, visto che già Corriere della Sera e Avvenire vi hanno dedicato pagine intere. Di che si tratta?

È il frutto di un’attenta osservazione sul campo condivisa con molti docenti universitari, a cominciare da quelli partecipanti al network Athena (i docenti “amici” di Pubblicità Progresso, oltre 40, in continua crescita, di tutte le facoltà e di tutta Italia), e di altri delle più diverse discipline e università italiane. Non è quindi una isolata tesi di qualche conservatore che non si vuole arrendere alle magnifiche sorti e progressive del progresso legato allo sviluppo di tanti nuovi media, o di qualche “laudator temporis acti”. Al momento si tratta di un’osservazione empirica, per quanto assai estesa e approfondita, le cui risultanze si rivelano talmente unanimi da mostrare una elevata significatività.

Come si è sviluppata questa ricerca sul campo?

Dopo un lungo percorso professionale in diverse multinazionali della comunicazione e ai vertici di istituzioni come l’Associazione Italiana Agenzie di Pubblicità, la Rai, Rainet, la European Association of advertising Agencies, ho cominciato a trasferire agli studenti universitari quanto imparato e sperimentato in oltre 40 anni di lavoro. Dopo tre anni alla Sapienza di Roma, tre anni al Vita-San Raffaele di Milano, da tre anni insegno comunicazione sociale alla Iulm di Milano (che ha conferito a Contri la Laurea honoris causa in Relazioni pubbliche delle imprese e delle istituzioni, ndr). Tra i vari master cui partecipo, sono molto onorato di insegnare al master in Nuovi Media della Pontificia Università Regina Apostolorum. Facendo questa assai interessante esperienza, ho cominciato a preoccuparmi del fatto che proprio nelle facoltà di comunicazione si appalesasse un crescente numero di studenti con problemi di attenzione, difficoltà di concentrazione e sempre maggiore fatica nell’esprimersi compiutamente con un linguaggio ben strutturato.

Non potevano essere solo i suoi studenti?

Dopo un confronto con docenti di altre università e delle più diverse discipline, ho riscontrato che il fenomeno veniva rilevato ovunque, con la segnalazione anche di un progressivo decadimento nella redazione delle tesi, sempre più frutto di un acritico copia-e-incolla, al punto che università come la Bocconi hanno iniziato a dotarsi di sofisticati software capaci di rivelare i molti “furti non dichiarati”. Unanime inoltre era la rilevazione di una sempre maggiore difficoltà negli universitari ventiduenni nel sintetizzare i concetti appresi riproponendoli in un più ampio contesto, di un costante rifugiarsi nel ripetere a memoria il testo dei libri, senza sforzarsi di sviluppare ragionamenti propri o addirittura senza cercare di applicare un proprio senso critico e finanche di parlare in un italiano almeno corretto, il che – soprattutto per le facoltà di comunicazione - mi è parso un fatto assai grave.

E quindi cosa ha pensato di fare?



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COMMENTI
30/01/2013 - considerazioni (loris SOleri)

Manifestando il totale accordo con quanto espresso nell'articolo, faccio due osservazioni: la tecnologia è buona se porta frutti buoni (facile, vero, dire così?), è cattiva se l'uomo nell'utilizzo perde le sue facoltà che gli permettono di interagire con la realtà. L'uso dell'automobile è dannoso se fa perdere l'utiizzo delle gambe (come nel film Wall-E). Così la tecnologia digitale è dannosa se fa perdere o sostituisce la capacità che la mente ha di conoscere, memorizzare, ideare, creare, risolvere: e purtroppo sembra che si cerchi di creare degli alienati più che degli uomini. Altra considerazione: si parla di multitasking. Mi fa ridere se penso al Ricercare a 6 voci dell'Offerta musicale di J.S.Bach. Altro che multitasking!

 
20/01/2013 - Equilibrio o estremismo? (Antonio Servadio)

Vivissime congratulazioni per questo articolo, nitido, centrato, forte. Dotato di una visuale assai ampia e scevra da taboo, priva di ideologia. Ne condivido appieno ispirazione e integralmente i contenuti. A fronte di tanti blateramenti mediatici che inseguono superficialmente le mode, ci serve invece questo spirito critico. - E' anche vero quanto ha scritto qualcun altro qua sotto, che si vanno sviluppando attitudini e competenze che pure hanno una loro utilità, una loro convenienza. Ma bisogna sempre chiedersi per quali mete e in quali scenari siano utili queste nuove attitudini. Questo è il punto, che nell'articolo è solo sfiorato. Mi pare che l'articolo non prospetti di rigettare le nuove tecnologie nè le corrispondenti attitudini cognitive. Come sempre, è questione di equilibrio: possiamo e dobbiamo apprendere sia le "vecchie" sia le "nuove" competenze, non solo le une o le altre. L'emergenza educativa attuale è dovuta al netto prevalere delle "nuove" a pieno discapito delle "vecchie". Questo estremismo, questa moda, va combattuta. Concordo appieno anche con le proposte evidenziate in fondo. C'è infatti un lato B di questa emergenza educativa, di cui si parla troppo poco. Tra chi ha più di 40 anni sono decisamente troppo pochi gli adulti capaci di dominare le nuove tecnologie e i corrispondenti modalità di pensiero, insegnanti e genitori compresi. No a pasticcioni e ignoranti digitali, si alla cultura come capacità di apprendere a tutto tondo e senza limiti di età.

 
19/01/2013 - Computer, coltello, tizzone e fantasia (Elio Fragassi)

Nel 2008, un mio articolo con il titolo riportato in oggetto reperibile a questo link: http://www.webalice.it/eliofragassi/private/articoli/Computer,coltello,ecc.htm ribadiva: “Il tempo che stiamo vivendo custodisce, nel suo cuore e nella parte più interna del suo nucleo, una rivoluzione silenziosa che, man mano, si espande in ogni dove: la rivoluzione tecnologica. In particolare, in questo caso, mi riferisco a quella dell'informazione e della comunicazione o meglio la rivoluzione informatica o digitale. Questa rivoluzione che investe, spesso senza che ce ne accorgiamo, la nostra vita, il nostro spazio, il nostro tempo, i nostri sentimenti, la nostra mente è una rivoluzione talmente profonda che sconvolgerà, al termine, il nostro pensiero se non saremmo vigili e capaci di governarla perché, proprio per le sue caratteristiche di a-spazialità ed immaterialità, è in grado di penetrare in ogni dove, ed in profondità, anche in modo subdolo, senza farsi notare evitando, così, che ci si accorga della sua invisibile infiltrazione... Questo è, a parer mio, l’atteggiamento più sbagliato verso questo (e non solo) strumento tecnologico, perché ci poniamo in una posizione di sudditanza verso la macchina stessa, posizione che tende, sostanzialmente, ad "umanizzare" la macchina: cliccando qui lui ti esegue..., la macchina ti fa..., dagli questo comando e..., ed a "macchinizzare" l'individuo: basta premere un tasto e..., premi invio e..., clicca sul pulsante destro e si apre..., clicca..

 
19/01/2013 - Grazie (FRANCA NEGRI)

Questa intervista conferma una serie di intuizioni che coltivavo da tempo, in contatto con i miei studenti di liceo. Purtroppo, non solo non sarà possibile "vietare" in classe l'uso di protesi tecnologiche del sé, ma, come saprete, stiamo dotando molte classi di un tablet per ogni studente. Non so fino a quando gli insegnanti saranno liberi di chiedere loro di tenerseli, spenti, nello zaino.

 
19/01/2013 - strutture concettuali (Pierluigi Assogna)

La struttura di concetti che rappresenta il nostro bagaglio culturale molto probabilmente assomiglia ad una rete di quelle chiamate “a indifferenza di scala”, nella quale i diversi concetti (potremmo chiamarli memi, con una espressione ormai fuori moda) sono collegati tra loro a molti livelli di astrazione, con alcuni nodi (più generali) particolarmente ricchi di collegamenti e situati a diversi livelli. In ogni caso è fondamentale la profondità della rete. Una rete consente una visione sintetica solo se offre molti livelli di classificazione. Una esperienza molto frammentata, veloce, variabile ed eterogenea (basta prendere come esempio i video-clip musicali, nei quali solitamente ogni scena dura qualche secondo) tende a sviluppare certamente una migliore intelligenza utilitaristica, tipica da problem-solving di primo livello, ma preclude (in quanto tendente ad occupare tutto il tempo disponibile) la capacità di strutturare livelli di astrazione. Chi segue quasi esclusivamente questi flash di esperienza trova difficile rendersi conto ad esempio di essere immerso in una tendenza. Per capire una tendenza si devono “registrare” gli eventi in una classe nella quale altri fenomeni analoghi possano servire da confronto. Non parliamo poi della apprensione delle derivate temporali (o di qualsiasi altra caratteristica) dei fenomeni, cioè accelerazioni, accelerazioni di accelerazioni, ecc., oppure della comprensione di correlazioni con altre tendenze.

 
19/01/2013 - Digital Brain Evolution (Daniele Prof Pauletto)

La società digitale modifica le nostre capacità cognitive verso forme di intelligenza utilitaristica, più veloce e rapida, capace di multitasking e simultaneità,meno concentrata e analititica, ciò che per alcuni autori può essere definita NetIntelligenza. Stiamo "evolvendo" verso un'intelligenza fluida che meglio si adatta al mondo/società digitale, una intelligenza capace di trovare un senso nella confusione delle informazioni mediali (multitasking). I nativi digitali sono inoltre capaci di risolvere nuovi problemi indipendentemente dalle loro conoscenze acquisite, hanno sviluppato una nuova creatività intesa come un mix di conoscenza e una serie di collegamenti/link, una capacità di connessione con altre "digital-persone". Un'intelligenza che spende meno tempo a cercare di ricordare (search) e più tempo alla generazione di soluzioni, in grado di sviluppare un'integrazione più avanzata delle informazioni, anche in termini valutativi. Un'intelligenza veloce nel muoversi tra le informazioni, senza approfondirle, ma capace di collegarle tra loro nella loro interezza o in parti, con possibili interconessioni di frammenti. Un'intelligenza sempre in movimento, fluttuante più che concentrata, capace di utilizzare forme di intelligenza distribuita, capace di un apprendimento nuovo, più informale che formale, capace di scoprire in modo rapido.