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SCUOLA/ Contri: i nativi digitali? Salviamoli prima che si friggano il cervello

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Non solo. Questa è certo una parte rilevante del problema, complicato da un’altra serie di fattori: 1. Alle scuole elementari si è persa l’abitudine di far fare il riassunto… che era il primo fondamentale esercizio per esercitare la memoria anche emotiva e il senso critico. 2. Alle scuole medie e superiori si è data sempre meno importanza a greco e latino, che sono insegnamento di una logica e non di lingue morte. 3. A casa, i piccoli  sono stati abbandonati ore e ore ogni giorno soli davanti alla tv. 4. Agli adolescenti sono state concesse crescenti overdosi di videogiochi. 5. Al liceo le interrogazioni argomentate sono spesso sostituite con test simili a quelli della scuola guida… Ma allora, perché stupirsi del fatto che quando questa popolazione arriva all’università, una sua porzione crescente non sia più capaci di parlare in italiano corretto, di argomentare, di usare il senso critico?

Messa così, la situazione sembra essere da “allarme rosso”.

Lo è. Anche perché i sostenitori dello sviluppo tecnologico ad ogni costo non accettano questi avvertimenti, e fanno muro sostenendo che le giovani generazioni hanno a disposizione una tale plasticità neuronale che, unità alle potenzialità dei nuovi media, conferisce loro doti sconosciute ai loro padri. Il che non regge ad un approfondito esame scientifico: anzi, la plasticità neuronale chiamata in causa è proprio una parte del problema, come avevano già intuito Nietzsche e il suo amico compositore Koselitz… In uno scambio epistolare, quest’ultimo notava una cambiamento nello stile di scrittura del famoso filologo, che si era fatto più serrato e più telegrafico, dopo aver cominciato ad usare la macchina da scrivere: “Forse attraverso questo strumento finirai per darti un nuovo idioma – scriveva Koselitz, citando la sua personale esperienza − “i miei pensieri in musica e in lingua spesso dipendono dalla qualità della penna e della carta”. “Hai ragione – replicò Nietzsche – i nostri strumenti di scrittura hanno un ruolo nella formazione dei nostri pensieri”. “Noi modelliamo i nostri strumenti − scriveva nel 1967 John Culkin, gesuita studioso dei media – e quindi modelliamo noi stessi”.

Insomma, una disfatta.

L’anno scorso Guido Ceronetti ha lanciato dalle pagine del Corriere della Sera un accorato appello: “Oggi l’estensione del predomino elettronico è capillarmente quella del pianeta insieme ai suoi satelliti artificiali, e in questo Maelstrom di Poe vorticano tutto ciò che è stampa, lettura, scrittura, lavoro di mani, apprendimento, percezione. La risposta dei cerebri stressati è da un lato pecorile acquiescenza, dall’altro l’illimitatezza delle depressioni. Urge riappropriarsi della scrittura manuale, della lettera imbucabile, dell’alfabeto e dei suoi caratteri – prodigio della creatività umana – del calcolo eseguito mentalmente… Nell’insegnamento elementare la comunicazione elettronica deve essere bandita, il riappropriarsi della scrittura vera partire di là”. Ceronetti è in totale sintonìa con il commediografo Richard Foreman: “Vedo diffondersi la sostituzione di una cultura personale faticosamente basata sulla costruzione interiore… vedo la sostituzione di questa densa complessità interiore con un nuovo tipo di sé, che si sviluppa sotto la pressione del sovraccarico informativo e della tecnologia dell’istantaneamente disponibile… Se veniamo svuotati del repertorio interiore del nostro patrimonio culturale, rischiamo di diventare pancake people (persone frittella), distese, sottili, come la vasta rete di informazioni cui accediamo con un semplice click”.

Che cosa proponete di fare, a fronte di questa situazione che dipingete così drammatica?



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COMMENTI
30/01/2013 - considerazioni (loris SOleri)

Manifestando il totale accordo con quanto espresso nell'articolo, faccio due osservazioni: la tecnologia è buona se porta frutti buoni (facile, vero, dire così?), è cattiva se l'uomo nell'utilizzo perde le sue facoltà che gli permettono di interagire con la realtà. L'uso dell'automobile è dannoso se fa perdere l'utiizzo delle gambe (come nel film Wall-E). Così la tecnologia digitale è dannosa se fa perdere o sostituisce la capacità che la mente ha di conoscere, memorizzare, ideare, creare, risolvere: e purtroppo sembra che si cerchi di creare degli alienati più che degli uomini. Altra considerazione: si parla di multitasking. Mi fa ridere se penso al Ricercare a 6 voci dell'Offerta musicale di J.S.Bach. Altro che multitasking!

 
20/01/2013 - Equilibrio o estremismo? (Antonio Servadio)

Vivissime congratulazioni per questo articolo, nitido, centrato, forte. Dotato di una visuale assai ampia e scevra da taboo, priva di ideologia. Ne condivido appieno ispirazione e integralmente i contenuti. A fronte di tanti blateramenti mediatici che inseguono superficialmente le mode, ci serve invece questo spirito critico. - E' anche vero quanto ha scritto qualcun altro qua sotto, che si vanno sviluppando attitudini e competenze che pure hanno una loro utilità, una loro convenienza. Ma bisogna sempre chiedersi per quali mete e in quali scenari siano utili queste nuove attitudini. Questo è il punto, che nell'articolo è solo sfiorato. Mi pare che l'articolo non prospetti di rigettare le nuove tecnologie nè le corrispondenti attitudini cognitive. Come sempre, è questione di equilibrio: possiamo e dobbiamo apprendere sia le "vecchie" sia le "nuove" competenze, non solo le une o le altre. L'emergenza educativa attuale è dovuta al netto prevalere delle "nuove" a pieno discapito delle "vecchie". Questo estremismo, questa moda, va combattuta. Concordo appieno anche con le proposte evidenziate in fondo. C'è infatti un lato B di questa emergenza educativa, di cui si parla troppo poco. Tra chi ha più di 40 anni sono decisamente troppo pochi gli adulti capaci di dominare le nuove tecnologie e i corrispondenti modalità di pensiero, insegnanti e genitori compresi. No a pasticcioni e ignoranti digitali, si alla cultura come capacità di apprendere a tutto tondo e senza limiti di età.

 
19/01/2013 - Computer, coltello, tizzone e fantasia (Elio Fragassi)

Nel 2008, un mio articolo con il titolo riportato in oggetto reperibile a questo link: http://www.webalice.it/eliofragassi/private/articoli/Computer,coltello,ecc.htm ribadiva: “Il tempo che stiamo vivendo custodisce, nel suo cuore e nella parte più interna del suo nucleo, una rivoluzione silenziosa che, man mano, si espande in ogni dove: la rivoluzione tecnologica. In particolare, in questo caso, mi riferisco a quella dell'informazione e della comunicazione o meglio la rivoluzione informatica o digitale. Questa rivoluzione che investe, spesso senza che ce ne accorgiamo, la nostra vita, il nostro spazio, il nostro tempo, i nostri sentimenti, la nostra mente è una rivoluzione talmente profonda che sconvolgerà, al termine, il nostro pensiero se non saremmo vigili e capaci di governarla perché, proprio per le sue caratteristiche di a-spazialità ed immaterialità, è in grado di penetrare in ogni dove, ed in profondità, anche in modo subdolo, senza farsi notare evitando, così, che ci si accorga della sua invisibile infiltrazione... Questo è, a parer mio, l’atteggiamento più sbagliato verso questo (e non solo) strumento tecnologico, perché ci poniamo in una posizione di sudditanza verso la macchina stessa, posizione che tende, sostanzialmente, ad "umanizzare" la macchina: cliccando qui lui ti esegue..., la macchina ti fa..., dagli questo comando e..., ed a "macchinizzare" l'individuo: basta premere un tasto e..., premi invio e..., clicca sul pulsante destro e si apre..., clicca..

 
19/01/2013 - Grazie (FRANCA NEGRI)

Questa intervista conferma una serie di intuizioni che coltivavo da tempo, in contatto con i miei studenti di liceo. Purtroppo, non solo non sarà possibile "vietare" in classe l'uso di protesi tecnologiche del sé, ma, come saprete, stiamo dotando molte classi di un tablet per ogni studente. Non so fino a quando gli insegnanti saranno liberi di chiedere loro di tenerseli, spenti, nello zaino.

 
19/01/2013 - strutture concettuali (Pierluigi Assogna)

La struttura di concetti che rappresenta il nostro bagaglio culturale molto probabilmente assomiglia ad una rete di quelle chiamate “a indifferenza di scala”, nella quale i diversi concetti (potremmo chiamarli memi, con una espressione ormai fuori moda) sono collegati tra loro a molti livelli di astrazione, con alcuni nodi (più generali) particolarmente ricchi di collegamenti e situati a diversi livelli. In ogni caso è fondamentale la profondità della rete. Una rete consente una visione sintetica solo se offre molti livelli di classificazione. Una esperienza molto frammentata, veloce, variabile ed eterogenea (basta prendere come esempio i video-clip musicali, nei quali solitamente ogni scena dura qualche secondo) tende a sviluppare certamente una migliore intelligenza utilitaristica, tipica da problem-solving di primo livello, ma preclude (in quanto tendente ad occupare tutto il tempo disponibile) la capacità di strutturare livelli di astrazione. Chi segue quasi esclusivamente questi flash di esperienza trova difficile rendersi conto ad esempio di essere immerso in una tendenza. Per capire una tendenza si devono “registrare” gli eventi in una classe nella quale altri fenomeni analoghi possano servire da confronto. Non parliamo poi della apprensione delle derivate temporali (o di qualsiasi altra caratteristica) dei fenomeni, cioè accelerazioni, accelerazioni di accelerazioni, ecc., oppure della comprensione di correlazioni con altre tendenze.

 
19/01/2013 - Digital Brain Evolution (Daniele Prof Pauletto)

La società digitale modifica le nostre capacità cognitive verso forme di intelligenza utilitaristica, più veloce e rapida, capace di multitasking e simultaneità,meno concentrata e analititica, ciò che per alcuni autori può essere definita NetIntelligenza. Stiamo "evolvendo" verso un'intelligenza fluida che meglio si adatta al mondo/società digitale, una intelligenza capace di trovare un senso nella confusione delle informazioni mediali (multitasking). I nativi digitali sono inoltre capaci di risolvere nuovi problemi indipendentemente dalle loro conoscenze acquisite, hanno sviluppato una nuova creatività intesa come un mix di conoscenza e una serie di collegamenti/link, una capacità di connessione con altre "digital-persone". Un'intelligenza che spende meno tempo a cercare di ricordare (search) e più tempo alla generazione di soluzioni, in grado di sviluppare un'integrazione più avanzata delle informazioni, anche in termini valutativi. Un'intelligenza veloce nel muoversi tra le informazioni, senza approfondirle, ma capace di collegarle tra loro nella loro interezza o in parti, con possibili interconessioni di frammenti. Un'intelligenza sempre in movimento, fluttuante più che concentrata, capace di utilizzare forme di intelligenza distribuita, capace di un apprendimento nuovo, più informale che formale, capace di scoprire in modo rapido.