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SCUOLA/ Contri: i nativi digitali? Salviamoli prima che si friggano il cervello

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Proponiamo un elenco di azioni utili a correggere gli errori educativi commessi fin qui. E si tratta di proposte assai facilmente praticabili. Per quanto riguarda i nuovi mezzi di comunicazione, ci guardiamo bene dal metterli al bando. Ma vorremmo indirizzare le nuove generazioni ad usarli al meglio invece che abusarne, come sostiene Patricia Greenfield, insigne psicologa dell’età evolutiva docente all’Ucla, quando dice che “ogni medium sviluppa abilità cognitive sempre a scapito di altre…per cui c’è da chiedersi se le nuove potenzialità di intelligenza visivo-spaziale valgano il prezzo dell’indebolimento dell’elaborazione profonda, che è alla base dell’acquisizione attenta di conoscenze, dell’analisi induttiva, del pensiero critico, dell’immaginazione e della riflessione”. Se l’illusione paranoide di perseguire il multitasking umano si fonde poi con l’eccesso di virtualità, uno dei principali risultati è proprio quel linguaggio smozzicato, frammentato e corrotto che riscontriamo in un crescente numero di universitari. Il che ci fa affacciare sulla soglia di un abisso già annunciato da Wittgenstein: “Poiché il linguaggio è il mezzo con cui l’io si relaziona con la realtà, se è corrotto il tuo linguaggio, significa che è corrotto il tuo rapporto con la realtà”.

Siamo di fronte a un paradosso amaro.

Esatto: credendo di impadronirsi del mondo e della sua realtà, le giovani generazioni rischiano di finire fuori dalla realtà… ed ecco perché è corretto parlare di illusione paranoide, a dispetto delle assai modeste osservazioni sulla accresciuta plasticità neuronali dei nativi digitali. Non bastassero le moderne e serie ricerche in proposito, come ignorare la altissima sapienza indiana e zen, che da millenni dimostra come la concentrazione e la meditazione siano la chiave per arrivare alla sapienza, alla verità, all’osservazione della realtà, ma anche semplicemente alla tranquillità, all’eliminazione dello stress, alla cura delle malattie psicosomatiche?

Zen a parte, quali sono quindi le proposte concrete?

Reintrodurre, potenziandola, la pratica del riassunto nelle scuole elementari. Riprendere con maggiore forza l’insegnamento di greco e latino e del pensiero classico. Non lasciare i bimbi soli davanti alla tv, limitarne l’uso ai programmi adatti alle diverse età, cercare di instillare loro il senso critico spiegando loro cosa stanno vedendo. Privilegiare l’orientamento ai videogiochi di ruolo, che insegnano a ragionare e a studiare strategie, e a quelli che contengono indiretta ispirazione a speculazioni di carattere fisico, matematico, eccetera. Sviluppare nel liceo l’interazione personale e l’attitudine al dialogo e alla costruzione di un pensiero proprio. Vietare rigorosamente l’uso del cellulare in classe. Vietare l’uso del computer, tablet o di altri sussidi elettronici se non in caso di ricerche e sperimentazioni sorvegliate. Portare gli insegnanti, con appositi corsi, allo stesso livello di conoscenza delle tecnologie informatiche dei loro allievi. Più in generale, tornare a far contare gli studenti su capacità che risiedono all’interno di loro stessi e non residenti altrove, come server e software intesi come protesi esterna del loro sé. 



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COMMENTI
30/01/2013 - considerazioni (loris SOleri)

Manifestando il totale accordo con quanto espresso nell'articolo, faccio due osservazioni: la tecnologia è buona se porta frutti buoni (facile, vero, dire così?), è cattiva se l'uomo nell'utilizzo perde le sue facoltà che gli permettono di interagire con la realtà. L'uso dell'automobile è dannoso se fa perdere l'utiizzo delle gambe (come nel film Wall-E). Così la tecnologia digitale è dannosa se fa perdere o sostituisce la capacità che la mente ha di conoscere, memorizzare, ideare, creare, risolvere: e purtroppo sembra che si cerchi di creare degli alienati più che degli uomini. Altra considerazione: si parla di multitasking. Mi fa ridere se penso al Ricercare a 6 voci dell'Offerta musicale di J.S.Bach. Altro che multitasking!

 
20/01/2013 - Equilibrio o estremismo? (Antonio Servadio)

Vivissime congratulazioni per questo articolo, nitido, centrato, forte. Dotato di una visuale assai ampia e scevra da taboo, priva di ideologia. Ne condivido appieno ispirazione e integralmente i contenuti. A fronte di tanti blateramenti mediatici che inseguono superficialmente le mode, ci serve invece questo spirito critico. - E' anche vero quanto ha scritto qualcun altro qua sotto, che si vanno sviluppando attitudini e competenze che pure hanno una loro utilità, una loro convenienza. Ma bisogna sempre chiedersi per quali mete e in quali scenari siano utili queste nuove attitudini. Questo è il punto, che nell'articolo è solo sfiorato. Mi pare che l'articolo non prospetti di rigettare le nuove tecnologie nè le corrispondenti attitudini cognitive. Come sempre, è questione di equilibrio: possiamo e dobbiamo apprendere sia le "vecchie" sia le "nuove" competenze, non solo le une o le altre. L'emergenza educativa attuale è dovuta al netto prevalere delle "nuove" a pieno discapito delle "vecchie". Questo estremismo, questa moda, va combattuta. Concordo appieno anche con le proposte evidenziate in fondo. C'è infatti un lato B di questa emergenza educativa, di cui si parla troppo poco. Tra chi ha più di 40 anni sono decisamente troppo pochi gli adulti capaci di dominare le nuove tecnologie e i corrispondenti modalità di pensiero, insegnanti e genitori compresi. No a pasticcioni e ignoranti digitali, si alla cultura come capacità di apprendere a tutto tondo e senza limiti di età.

 
19/01/2013 - Computer, coltello, tizzone e fantasia (Elio Fragassi)

Nel 2008, un mio articolo con il titolo riportato in oggetto reperibile a questo link: http://www.webalice.it/eliofragassi/private/articoli/Computer,coltello,ecc.htm ribadiva: “Il tempo che stiamo vivendo custodisce, nel suo cuore e nella parte più interna del suo nucleo, una rivoluzione silenziosa che, man mano, si espande in ogni dove: la rivoluzione tecnologica. In particolare, in questo caso, mi riferisco a quella dell'informazione e della comunicazione o meglio la rivoluzione informatica o digitale. Questa rivoluzione che investe, spesso senza che ce ne accorgiamo, la nostra vita, il nostro spazio, il nostro tempo, i nostri sentimenti, la nostra mente è una rivoluzione talmente profonda che sconvolgerà, al termine, il nostro pensiero se non saremmo vigili e capaci di governarla perché, proprio per le sue caratteristiche di a-spazialità ed immaterialità, è in grado di penetrare in ogni dove, ed in profondità, anche in modo subdolo, senza farsi notare evitando, così, che ci si accorga della sua invisibile infiltrazione... Questo è, a parer mio, l’atteggiamento più sbagliato verso questo (e non solo) strumento tecnologico, perché ci poniamo in una posizione di sudditanza verso la macchina stessa, posizione che tende, sostanzialmente, ad "umanizzare" la macchina: cliccando qui lui ti esegue..., la macchina ti fa..., dagli questo comando e..., ed a "macchinizzare" l'individuo: basta premere un tasto e..., premi invio e..., clicca sul pulsante destro e si apre..., clicca..

 
19/01/2013 - Grazie (FRANCA NEGRI)

Questa intervista conferma una serie di intuizioni che coltivavo da tempo, in contatto con i miei studenti di liceo. Purtroppo, non solo non sarà possibile "vietare" in classe l'uso di protesi tecnologiche del sé, ma, come saprete, stiamo dotando molte classi di un tablet per ogni studente. Non so fino a quando gli insegnanti saranno liberi di chiedere loro di tenerseli, spenti, nello zaino.

 
19/01/2013 - strutture concettuali (Pierluigi Assogna)

La struttura di concetti che rappresenta il nostro bagaglio culturale molto probabilmente assomiglia ad una rete di quelle chiamate “a indifferenza di scala”, nella quale i diversi concetti (potremmo chiamarli memi, con una espressione ormai fuori moda) sono collegati tra loro a molti livelli di astrazione, con alcuni nodi (più generali) particolarmente ricchi di collegamenti e situati a diversi livelli. In ogni caso è fondamentale la profondità della rete. Una rete consente una visione sintetica solo se offre molti livelli di classificazione. Una esperienza molto frammentata, veloce, variabile ed eterogenea (basta prendere come esempio i video-clip musicali, nei quali solitamente ogni scena dura qualche secondo) tende a sviluppare certamente una migliore intelligenza utilitaristica, tipica da problem-solving di primo livello, ma preclude (in quanto tendente ad occupare tutto il tempo disponibile) la capacità di strutturare livelli di astrazione. Chi segue quasi esclusivamente questi flash di esperienza trova difficile rendersi conto ad esempio di essere immerso in una tendenza. Per capire una tendenza si devono “registrare” gli eventi in una classe nella quale altri fenomeni analoghi possano servire da confronto. Non parliamo poi della apprensione delle derivate temporali (o di qualsiasi altra caratteristica) dei fenomeni, cioè accelerazioni, accelerazioni di accelerazioni, ecc., oppure della comprensione di correlazioni con altre tendenze.

 
19/01/2013 - Digital Brain Evolution (Daniele Prof Pauletto)

La società digitale modifica le nostre capacità cognitive verso forme di intelligenza utilitaristica, più veloce e rapida, capace di multitasking e simultaneità,meno concentrata e analititica, ciò che per alcuni autori può essere definita NetIntelligenza. Stiamo "evolvendo" verso un'intelligenza fluida che meglio si adatta al mondo/società digitale, una intelligenza capace di trovare un senso nella confusione delle informazioni mediali (multitasking). I nativi digitali sono inoltre capaci di risolvere nuovi problemi indipendentemente dalle loro conoscenze acquisite, hanno sviluppato una nuova creatività intesa come un mix di conoscenza e una serie di collegamenti/link, una capacità di connessione con altre "digital-persone". Un'intelligenza che spende meno tempo a cercare di ricordare (search) e più tempo alla generazione di soluzioni, in grado di sviluppare un'integrazione più avanzata delle informazioni, anche in termini valutativi. Un'intelligenza veloce nel muoversi tra le informazioni, senza approfondirle, ma capace di collegarle tra loro nella loro interezza o in parti, con possibili interconessioni di frammenti. Un'intelligenza sempre in movimento, fluttuante più che concentrata, capace di utilizzare forme di intelligenza distribuita, capace di un apprendimento nuovo, più informale che formale, capace di scoprire in modo rapido.