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SCUOLA/ Formazione professionale, serve una nuova Riforma

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La seconda questione riguarda la formazione professionale, l’ambito in cui naturalmente si collocano i temi al centro dell’accordo tra Italia e Germania da cui siamo partiti. Cos’era il secondo canale, se non il superamento della divisione inopinata (e probabilmente incostituzionale…) tra istruzione e formazione professionale? Non costituiva forse l’elemento del sistema scolastico dove, almeno potenzialmente, avrebbe potuto nascere, dalla “crossed fertilization” tra istituti tecnici, istituti professionali e Cfp, una vera e propria scuola tecnica capace di rispondere, grazie a percorsi flessibili e articolati, all’esigenza di un ragazzo di confrontarsi da subito con un mestiere e un ambito di attività e cultura lavorativa, farlo crescere dal punto di vista umano, culturale e scientifico, dargli la possibilità di scegliere tra il lavoro, la formazione tecnica post diploma e i percorsi universitari (superando peraltro alcune rigidità esistenti nello stesso modello tedesco)? Il luogo dove rafforzare concretamente il contatto e la collaborazione – l’alleanza, potremmo dire – tra le scuole e le aziende, nel prendersi carico del percorso di crescita degli allievi, sotto l’aspetto professionale e sotto quello culturale?

Su questo punto mi sembra si siano sommate le debolezze di tanti attori: dell’amministrazione scolastica centrale e di diverse (non tutte: alcune proprio non si sono viste…) amministrazioni regionali che, nonostante alcuni sforzi encomiabili (come la cd. sperimentazione Gelmini-Formigoni in Lombardia), non hanno portato a un modello “forte” e attrattivo; delle autonomie scolastiche, prese tra la percezione dei problemi educativi degli allievi e gli irrigidimenti ministeriali, degli Enti di formazione professionali, solo raramente propensi o accompagnati a pensarsi come soggetti della scuola e non del “sociale”.

Aver smesso di parlare di secondo canale ha probabilmente tolto a tutti gli attori di cui sopra il quadro di riferimento in cui muoversi per mettere in comune i propri punti di vista, le proprie peculiarità e i propri approcci. Ha tolto anche lo spazio “sistemico” specifico in cui trovano casa l’apprendistato per i ragazzi sotto i 18 anni, i percorsi di Its, gli Ifts, i percorsi misti scuola-lavoro, che sono tornati ad essere elementi delle “politiche attive del lavoro” (come da un lato è giusto, ma dall’altro non sufficiente, per dar loro radici e riconoscibilità sociale).

Terza questione: l’Accordo Italia-Germania è senz’altro un elemento importante, e a suo modo utile, per porre ancora una volta le questioni giuste a una scuola, quella italiana, che soffre di una cronica tendenza a dissipare le grandi e positive energie educative e culturali che essa, nonostante tutto, continua a generare. Le dissipa per tanti motivi, tra i quali spicca la ormai urgentissima necessità di darsi un quadro istituzionale globale nuovo e capace di comprendere tutti gli attori e i portatori di interessi. 

 



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