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SCUOLA/ Riusciranno i genitori a salvare i prof?

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Certo non potrà comprare ogni giorno il quotidiano, non avrà facilmente occasione di andare all’estero e quant’altro. Ora, qualunque manuale di didattica spiega che la strategia cooperativa mirata all’apprendimento significativo, certamente più efficace della lezione tradizionale per superare gli ostacoli oggi presenti nell’insegnamento, riduce la fatica “in classe” per il docente, ma implica un notevole aggravio di lavoro preparatorio, per la scelta dei materiali, l’ideazione di sempre nuove attività, e il controllo continuo dei risultati. Ci vorrebbero anche mezzi a disposizione (dalla cancelleria alla tecnologia) spesso assenti nella scuola, e una collaborazione con i docenti “storici”, che invece a me pare sempre più difficile.

Tra l’altro il docente precario, se vuole seguire un convegno, deve rinunciare a un giorno di stipendio e di contributi. E questo per qualificare l’offerta didattica, no? Senza contare che un anno  è dedicato alla preparazione di un inutile concorso, un anno a conseguire un master per non farsi scavalcare in graduatoria, un anno si lavora a settanta chilometri da casa propria e il tempo se lo mangia il viaggio…

Va da sé allora che la possibilità di implementare una “ricerca-azione”, per un docente coscienzioso e consapevole della necessità di un cambiamento, diventa fonte di frustrazione, per via della sua stessa difficoltà strutturale nell’applicazione, nonché nella gestibilità del lavoro fuori orario, per via del basso salario. Permane dunque un modello di scuola superato e inadeguato, di cui siamo consapevolmente trasmissori sociali, e di cui percepiamo l’inefficacia per almeno un terzo del gruppo classe.

Rimuovere gli ostacoli oggettivi a una buona didattica, però, non compete ai docenti, che non ne hanno la possibilità, ma allo Stato, cioè ai genitori, che anziché corrodere la dignità degli educatori dei loro figli, riferendosi ai cosiddetti “mesi estivi” di vacanza (e anche qui ci sarebbe un lungo discorso da fare), dovrebbero pretendere dalla loro classe politica aule meno popolate, docenti meglio pagati, stabilizzati e messi in condizione di sperimentare.

Ma anche questa campagna elettorale langue, su questo punto. Ecco perché, infine, i migliori tra i nostri insegnanti stanno lentamente abbandonando la scuola. E purtroppo ne hanno tutte le ragioni. Non è gratificante per chi ha talento operare in una struttura in palese dismissione, considerata socialmente un peso economico, e destinata persino a un ruolo residuale nella formazione delle giovani generazioni. Non è neanche una questione di meritocrazia, ma, come dire? Di “dignitocrazia”.



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COMMENTI
24/01/2013 - I commenti dei lettori (Franco Labella)

Stavolta il mio commento è decisamente O.T. (fuori tema). Sono sempre molto incuriosito dal diverso tasso di partecipazione, con i commenti, dei lettori della sezione Educazione. Sto cercando di elaborare una spiegazione del perchè alcuni articoli, alcune tematiche, alcuni autori restano "incommentati". Me lo chiedo ancor di più dopo aver letto l'articolo di Scognamiglio che ha in sè, oltre ad analisi rigorose facilmente verificabili, anche un titolo che stavolta non ha solo la funzione di "acchiappattenzione" ma un fondo, reale e complesso, di assoluta verità. L'articolo, insomma, mantiene quello che il titolo promette e premette. Eppure, ad oggi, nessun commento. E' forse perché dovremmo rimettere in discussione anche alcuni dei temi e delle posizioni forti (la responsabilità educativa ma anche civica dei genitori, la libertà educativa, il giudizio politico sul rapporto tra classe politica e scuola solo per limitarmi ad alcuni aspetti) che spesso hanno popolato le pagine della sezione?