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SCUOLA/ Genitori e prof, attenti al pericolo dei "figli senza maestri"

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Provo a dare anche una risposta più empirica alla sua domanda: discutendo con i miei studenti sui temi di studio, sia durante un esame sia per un progetto di tesi di laurea, ho spesso l’impressione che i contenuti nelle loro menti siano distribuiti come su un desktop del moderno computer, sullo stesso piano software, applicazioni, cartelle di materiale, file singoli di testo, immagini, video, ecc… Organizzazione piana e lontana (per fortuna, più user friendly) da quella struttura gerarchica ad albero richiesta dai vecchi, preistorici sistemi Ms Dos in cui se non rispettavi l’architettura del ragionamento e della logica sudavi le sette camice per recuperare un contenuto.

Se i nuovi media costituiscono il primo contesto, in ordine di tempo, con il quale i giovani vengono a contatto, può la scuola non farsene carico?

Credo che il mondo della scuola e nello specifico molti insegnanti, anche su base volontaria, cerchino di far fronte alle massicce evoluzioni tecnologiche ma anche culturali e sociali in atto con risorse insufficienti. In sostanza anche quando nella scuola non mancano i computer per la didattica, penso che siano carenti negli insegnanti l’aggiornamento e la formazione che consentirebbero loro di gestire quelle dimensioni meno tangibili del cambiamento: cognitive, sociali ed emotive.

E per quanto riguarda le famiglie?

Mi sembra che il coordinamento tra scuola e famiglia sia carente, e che la famiglia abbia rotto quel tradizionale legame di solidarietà con la funzione educativa scaricando sulla scuola le prevalenti responsabilità. Quindi, per tornare alla domanda di prima, sì, credo che la scuola debba governare i processi formativi, che debba essere protagonista attiva del cambiamento in atto se non precursore essa stessa, ma con la necessaria consapevolezza e il dovuto sostegno degli altri soggetti formativi coinvolti.

Poniamo dunque che l’utilizzo dei nuovi media (es. tablet o pc per l’apprendimento individuale invece di quaderni e libri...) modifichi l’apprendimento. Dove comincia, allora, il problema?

Proviamo innanzitutto a fare una sintesi di quello che sarebbe il «problema» (forse è più utile chiamarlo «evoluzione»?) in un’ottica psico-sociale. I nativi digitali sviluppano presto buone abilità visuospaziali grazie ad un apprendimento prevalentemente percettivo, spesso invece non sviluppano adeguate capacità simboliche (di tipo metacognitivo). Utilizzano il cervello in modalità multitasking (sanno utilizzare più canali sensoriali e più modalità motorie contemporaneamente), sono abili nel rappresentare le emozioni (attraverso la tecnomediazione della relazione e il cyber-linguaggio), un po’ meno nel viverle. Sono sono meno abili nella relazione face-to-face, ma molto capaci nella relazione tecnomediata, e, quindi sono in grado di vivere su due registri cognitivi e socio-emotivi, quello reale e quello virtuale. Per completezza citiamo anche l’ulteriore fenomeno psico-sociale legato alla fruizione di Internet: una nuova forma di dipendenza come dipendenza dalla Rete, definita Iad (Internet Addiction Disorder) che a tratti fa gridare all’ennesima emergenza sociale e alla demonizzazione della rete.

Qualche consiglio a presidi e docenti, soprattutto riferito alle età più critiche come quelle della primaria e della scuola media?



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