BENVENUTO   |   Login   |   Registrati   |
Imposta Come Homepage   |   Ricerca Avanzata  CERCA  

SCUOLA/ Quei prof che "uccidono" Dante e Leopardi nella culla

Pubblicazione:

Giorgio Caproni (1912-1990) (Immagine d'archivio)  Giorgio Caproni (1912-1990) (Immagine d'archivio)

Immaginiamo che a scuola debba iniziare lo studio di un nuovo autore, e poniamo per assurdo che esso sia Vasco Rossi. Come si procede, di solito? Paragrafo 1: la vita. Ossia: Vasco Rossi nacque a Zocca il 7 febbraio 1952; suo padre faceva il camionista, eccetera eccetera. Paragrafo 2: le opere. Il primo album fu pubblicato nel 1978 e si intitola Ma cosa vuoi che sia una canzone; contiene otto tracce: La nostra relazione, eccetera. Paragrafo 3: l’ideologia. Ossia: «vita spericolata», «pessimismo cosmico» e robe del genere. Paragrafo 4: lo stile. Cioè il rock, dai predecessori come i Rolling Stones al confronto con Ligabue. Dopo qualche settimana, uno studente avrebbe tutte le ragioni per chiedere: «professoressa, scusi ma Vasco Rossi non fa il cantante? e quando ascoltiamo una sua canzone?». 

Dimenticavo: prima di questo capitolo – come non manca mai quello sul Medioevo prima di Dante e sul Romanticismo prima di Leopardi (ma non doveva averlo già fatto l’insegnante di storia?) – bisogna sorbirsi l’introduzione al contesto storico-culturale dell’epoca, ed ecco pagine e pagine sull’Emilia Romagna nel dopoguerra. Quale mai possa essere il nesso con Albachiara non è dato sapere: certo è che intanto perfino Vasco è diventato insopportabile. 

Qual è la prima cosa che serve per fare letteratura? Le parole dell’autore: non le parole sull’autore. È davvero rilevante la biografia? Sentite Pirandello: «nella mia vita non c’è niente che meriti di essere rilevato: è tutta interiore, nel mio lavoro e nei miei pensieri». Pascoli rincara la dose, suggerendoci che spiegare la vita dei poeti è soltanto un trucco inventato da chi non capisce niente di poesia pur di avere qualche cosa da dire: «si badava alla poesia e non si guardava al poeta; se era vecchio o giovane, bello o brutto, calvo o capelluto, grasso o magro: dove nato, come cresciuto, quando morto»; «i veri poeti vivono nelle cose le quali, per noi, fecero essi».

Noi studiamo Dante, Tasso, Leopardi per quello che hanno scritto, non per quello che hanno fatto. Anche perché di un paragrafo sulla biografia rimane soprattutto il gossip: «prof, ma è vero che D’Annunzio si fece togliere una costola per fare meglio le sue porcate?». Dopo cinque anni di liceo, uno studente sa poche cose ma chiare: Omero era cieco, Beethoven era sordo, Leopardi era gobbo, Tasso era pazzo, Pascoli era sfigato, Orazio beveva, Pasolini era pedofilo, Svevo era inetto, Montale aveva il male di vivere. Una galleria di mostri, insomma, e una sola conclusione: “loro erano strani, io sono normale, quindi quello che loro dicono non mi riguarda”. 

In una poesia, invece, non parla la vita dell’autore, bensì la nostra vita: «la poesia non è di chi la scrive, è di chi gli serve», sentenzia con semplicità mirabile Massimo Troisi nel Postino. Il primo verso della Divina Commedia è esplicito: parla di «nostra vita», dice «nostra», non dice «mia». Non sarebbe letterariamente serio ignorare il nesso con quello che viviamo. Se leggendo il primo canto dell’Inferno non troviamo nulla che riguardi la «nostra vita», o Dante ha sbagliato a scrivere o qualcosa non va nel modo in cui lo leggiamo.



  PAG. SUCC. >


COMMENTI
24/01/2013 - Così si fa! (Sergio Palazzi)

Grande, grandissimo articolo. Ho amato la letteratura perché me l'hanno insegnata così fin dalle elementari, tranne al biennio dell'IT quando avevo una poveretta che seguiva il libro e tutti i commenti, mesi e mesi per capire cosa combinavano Renzo e Lucia... non so se è un caso, ma era anche l'unico periodo in cui rischiavo l'insufficienza allo scritto, mi uscivano temini striminziti e privi di contenuto. Poi, per fortuna, ho trovato un insegnante di quelli il cui primo scopo era farti leggere gli autori e scrivere liberamente. Ma non vale solo per la letteratura, vale per tutte le cose belle, vitali e coinvolgenti... chimica, per esempio. Qualche giorno fa leggo un tweet di una ragazza, che evidentemente detesta la chimica dopo poche settimane e chiede "a cosa le serve sapere i numeri quantici". Le rispondo: assolutamente a niente. Penso che sarebbe molto meglio far leggere le etichette delle acque in bottiglia e confrontarne il gusto. O capire perché la "colla vinilica" si diluisce con l'acqua e non prende su certi tipi di plastica. Eccetera. Solo una osservazione, quella sullo strappare le pagine dei libri, la scena che non ho mai condiviso del film: guai a strappare le pagine dei libri, che restino a testimonianza. Anche perché quando cominci a strappare non sai mai dove finisci.