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SCUOLA/ Elezioni, 5 domande a Berlusconi, Monti e Bersani

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La lettura dei programmi elettorali delle principali formazioni politiche in campo (centrosinistra; centrodestra; centro) procura una sensazione di già visto, di retorico persistere su temi sollevati quasi più per rinfacciarsi reciprocamente il non fatto, piuttosto che per guardare e valorizzare esperienze di scuola attiva in atto. 

Come sempre è in gioco una questione di metodo: anziché puntare sulla scuola come ambito di trasmissione di cultura e di tradizione che inizia dentro un rapporto educativo insegnante/alunno, la si ricaccia sullo sfondo di una dialettica ideologica fine a se stessa. 

Viene da chiedersi: chi ha stilato le diverse piattaforme è consapevole di quello che è accaduto in questi ultimi anni? Si sono succeduti, nell’ordine (si fa per dire): riforme degli ordinamenti che hanno modificato un segmento, quello liceale-tecnico, lasciando aperto il rapporto con la formazione professionale; tagli di organici che non hanno innescato alcuna valorizzazione della professione docente; avvio di un (imperfetto) percorso di formazione iniziale degli insegnanti (Tfa) segnato da profonde incoerenze nel punto decisivo del nesso tra scuola e università; sviluppo di una coscienza vocazionale e professionale tra i docenti non più appaltabile automaticamente al sindacato, ancorato a posizioni per lo più conservatrici. 

In ogni caso, a guardarla bene, viene da osservare che la scuola italiana non è per niente vero che sia ridotta al lumicino come qualcuno vorrebbe. E il merito è di un circolo virtuoso che ha funzionato, nonostante tutto, e che ha visto i soggetti della scuola assumersi determinate responsabilità di fronte a situazioni anche contraddittorie. Si sono sviluppate capacità manageriali di dirigenti che hanno dimostrato in talune situazioni di potersi avvalere degli strumenti (pochi) dell’autonomia e capacità di docenti di ogni ordine e livello non rassegnati ad un ruolo subalterno, disponibili ad adempiere in modo creativo i propri compiti a fronte di scarsi riconoscimenti, in primo luogo economici.

Il continuo confronto con l’emergenza educativa ha generato nei docenti e nell’organizzazione delle scuole profili professionali e dirigenziali che non mutuano la loro identità da modelli tecnocratici per cui la scuola dovrebbe essere assimilabile ad una rete informatica, ma fanno leva nelle risposte che danno (magari arrabattandosi) su risorse personali di conoscenza, comprensione di sé e della realtà di cui essi stessi consistono. Insomma, si stanno proponendo ovunque (e sono ben documentabili) espressioni di una soggettività professionale il cui fulcro è la non separazione tra la coscienza di sé e la propria operosità a favore di alunni e colleghi. È la ragione per cui, nonostante il burnout che colpisce molti docenti esaurendone la spinta comunicativa, tanti non cedono e anzi rifarebbero, se dovessero scegliere, il passo che li ha messi in cattedra. 



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