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SCUOLA/ Bertagna: come sceglierla? 5 suggerimenti a famiglie e studenti

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La seconda è una famiglia che non decide l’iscrizione al liceo invece che all’apprendistato formativo per pregiudizi di status, per distinzioni sociali competitive o per rivalsa sulle proprie sconfitte professionali, ma che assume fino in fondo preoccupazioni squisitamente «educative»: cercare, cioè, sempre, il bene del figlio, non il proprio; riconoscere e valorizzare le sue migliori capacità attuali, non quelle degli altri o attese da mamma e papà; mostrare fiducia e lasciargli libertà, ma, allo stesso tempo, chiedergli di pagare nel bene e nel male le conseguenze delle sue scelte, così da abituarsi a «diventare adulto». 

La terza rete di protezione è quella dei numerosi attori sociali (agenzie del lavoro, uffici di orientamento e  placement che le scuole, dal 2011, sarebbero obbligate ad approntare, siti ministeriali o delle associazioni imprenditoriali e sindacali) previsti dalle norme per offrire, momento dopo momento, alle famiglie e ai ragazzi, dati attendibili sul mercato del lavoro: professioni maggiormente richieste ora e da qui a dieci e più anni; tassi di disoccupazione giovanile in base alle scelte formative che si sono compiute nelle secondarie, nell’università, negli Its (Istruzione tecnica superiore) e negli Ifts (Istruzione e formazione professionale superiore); tassi di mobilità sociale assicurati incrociando status socio-economico-culturale delle famiglie e scelte scolastiche degli studenti, ecc.

Sulla base di queste condizioni può allora essere utile aver presenti alcuni criteri a cui le famiglie e i docenti potrebbero riferirsi per aiutare l’orientamento degli studenti. Chi fosse interessato ad approfondire le prime e i secondi, può farlo nel volume appena edito da La Scuola di Brescia, dal titolo Fare laboratorio. Scenari culturali ed esperienze di ricerca

1. Nessuno può scegliere quanto non ha in qualche modo già incontrato e imparato a conoscere. Da questo punto di vista, se fino alla fine della terza media non si sono offerte al ragazzo molto più di qualche occasione per sperimentare in maniera esistenziale quanto il «lavoro», qualsiasi lavoro, se svolto con adeguati intenti formativi, sia un formidabile e motivante bacino di conoscenze e di abilità disciplinari che maturano competenze personali, difficilmente vorrà mai iscriversi a percorsi di studio che trovano in esperienze di «lavoro» la loro ragion d’essere.

2.  I giovani diminuiscono. Il loro numero si è drammaticamente dimezzato negli ultimi trent’anni. Se vogliamo restare un Paese avanzato, non possiamo più permetterci due lussi molto costosi: il tasso attuale di dispersione scolastica (oltre il 30% di una generazione o non arriva o arriva in ritardo al diploma) e il tasso attuale di diplomi superiori, quelli successivi alla scuola secondaria, il cui basso numero ci è costantemente rimproverato dall’Europa. Dobbiamo per forza mirare ad innalzare il livello complessivo di istruzione e formazione di tutti i giovani italiani, nessuno escluso. Questo risultato, tuttavia, è impossibile: a) se non si realizza la pari dignità educativa e culturale tra le scuole quinquennali governate dallo Stato (licei, istituti tecnici, istituti professionali) e i percorsi di istruzione e formazione professionale e di apprendistato formativo governati,  per la Costituzione del 2001, dalle Regioni; b) se non si costituisce, finalmente, e non una tantum, ma a sistema, in tutta Italia, l’istruzione e formazione professionale superiore che può nascere da una intelligente potenziamento degli attuali, rari corsi di Ifts e di Its; c) se non si diffonde il sistema dell’apprendistato formativo che, dai 15 ai 29 anni, consente per legge di acquisire qualifiche, diplomi secondari e superiori, lauree, dottorati.    



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