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SCUOLA/ La bozza sul reclutamento? Il centralismo è al lavoro, ecco come

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“Essi sono indetti in base alla previsione della disponibilità, nella regione e nel biennio di riferimento, di posti comuni e di sostegno nella scuola dell’infanzia e primaria, di posti di personale educativo nelle istituzioni educative statali e di posti nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado nelle relative classi di concorso, ivi compresi i posti di sostegno”. Regola di buon senso, non rispettata tuttavia per il concorso sul Tfa: il raggio di estensione della partecipazione al concorso è definito dall’offerta, non dalla domanda, così da evitare l’accumulo di precariato “avente diritto” e pertanto la formazione di graduatorie permanenti “informali”. Con un’esagerazione, non si sa quanto costituzionalmente incontestabile: “Il mancato superamento di una procedura concorsuale non consente la partecipazione a quella indetta nel biennio successivo per lo stesso posto o classe di concorso”. Ciò detto, l’intera procedura è quella classica: gli scritti, gli orali, i titoli. Il soggetto reclutante? Il ministero, via uffici scolastici regionali. Tuttavia, poiché il numero di aspiranti potrebbe essere comunque altissimo – come si è visto per la partecipazione al Tfa: più di 300mila aspiranti per circa 11mila posti – si prevedono prove di pre-selezione “volte all’accertamento delle capacità logiche, di comprensione del testo, delle competenze digitali nonché delle competenze linguistiche in una delle lingue comunitarie”.  

Eppure, le esperienze europee e americane di selezione del personale prevedono e praticano altro. In primo luogo, un’esplicitazione delle tavole delle competenze-chiave professionali degli insegnanti. Per quanto formulate in pentaloghi o decaloghi, queste tavole distinguono tra le conoscenze, le capacità relazionali di tipo pedagogico e professionale/istituzionale, le esperienze. Quanto alla conoscenza delle discipline da insegnare e dei fondamentali della psico-pedagogia, il loro possesso è/deve essere certificato dall’università, che ha conferito la laurea abilitante; perciò non è più necessaria un’altra prova scritta e orale successiva. Chi per età è stato costretto alla trafila dell’antico reclutamento, si è trovato assurdamente a fare lo “stesso” scritto e lo “stesso” orale all’università, all’abilitazione, al passaggio in ruolo. Una volta che hai superato lo scritto/orale, nessuno può già dire se sei un insegnante. Perché nessun esame scritto e orale è in grado di proclamarti tale. Serve l’indagine sulla pratica di insegnamento. 

Ora, il nuovo Regolamento per la formazione iniziale, benché assegni alla dimensione conoscitivo-disciplinare, sub specie accademica, un primato rilevante – ma allora la frequenza di 5 anni di università a cosa serve? −, concede uno spazio di 475 ore al tirocinio pratico. È qui che si vede se uno ha la vocazione o no. Per accertare la quale non ci sono prove scritte/orali che tengano: occorre colloquiare con l’aspirante e con la scuola presso il cui l’aspirante docente ha fatto il Tfa. Certo, in vista di questo tipo di colloquio, bisognerebbe che l’aspirante fosse stato osservato attivamente. È previsto un tutor. In Svizzera il tutor, ma anche videocamere. Ma la questione dirimente è: chi recluta chi? È il sistema nazionale di istruzione o è quella scuola particolare, che insiste in un territorio particolare (centro o periferia, campagna o montagna, area in sviluppo o zona “depressa”...)? Perciò qual è il Pof in nome della cui attuazione si recluta? 



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COMMENTI
15/01/2013 - magari, sarà mai possibile? (giulia sidoti)

Sarebbe l'unica soluzione per cambiare la nazione: svecchiare tutto, attuare quanto dice Cominelli; fare tabula rasa di quanto oggi vige nella scuola. Sarei molto felice e mi reputerei una "professionista" fortunata se le cose potessero, in breve tempo, divenire come lui indica. Insegnare è un'"arte" difficile, per pochi, invece l'hanno resa un "mestiere " per tanti, un "ventisette" per tutti. Se venissero realmente valutate le competenze e le reali predisposizioni all'insegnamento, credo che resteremmo in pochi. Vorrei che così fosse. Mi trovo a condividere un destino che non mi appartiene poichè lavoro con apostoli dormienti, perchè anch'io grido da sola nel deserto. La categoria non esiste, i sindacati sono altro, lo Stato ci schiaccia. Qual è, allora, l'unica via, giusta e legale, per cambiare le cose?