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SCUOLA/ Da Leopardi a Todorov, istruzioni per vivere

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Giovanni Testori (1923-1993) (Immagine d'archivio)  Giovanni Testori (1923-1993) (Immagine d'archivio)

Il punto è che molti «non sono capaci né disposti ad esser commossi dal poeta». Lo scrive proprio Leopardi: «sebbene intendano le parole, non intendono la verità, l’evidenza di quei sentimenti», perché «l’uomo che non sa mettere la sua mente nello stato in cui era quella dell’autore» si perde il meglio di una poesia, in quanto «non vede i rapporti che hanno quei detti col vero, non sente che la cosa sta così». Qui sorge l’indicazione di metodo: non basta parlare di un autore; occorre parlare con un autore. Se la prima condizione per fare letteratura è che ci sia un testo (le parole dell’autore, non quelle sull’autore), la seconda è che ci sia un lettore: c’è bisogno di te! di un uomo, cioè, pronto a lasciarsi provocare dalle parole di un altro uomo. 

Nella famosa lettera a Francesco Vettori del 10 dicembre 1513, Niccolò Machiavelli scrive a proposito di Dante, di Petrarca, di Ovidio: «io non mi vergogno parlare con loro, e domandarli della ragione delle loro azioni; e quelli per loro umanità mi rispondono». Leggendo i loro amori, Machiavelli pensava ai suoi: «leggo quelle loro amorose passioni e quelli loro amori, ricordomi de’ mia». Chi non si paragona potrà prendere anche i suoi bei 9 a forza di ripetere che la Silvia di Leopardi è probabilmente una certa Teresa Fattorini e che le tre fiere di Dante rappresentano l’allegoria di non so che cosa: ma non sa niente né di amore né di paura. E perciò niente, nello specifico, di letteratura.

Conosco l’obiezione: se è vero che un testo non è un pretesto per arrivare al contesto, è anche vero che senza contesto un testo diventa un pretesto per dire quello che si vuole. Saremmo in balia di letture emozionali, poco “oggettive”. Siamo seri, però: la lettura oggettiva, semplicemente, non esiste; la lettura è un rapporto fra un lettore e un testo. Non c’entrano soggettività e oggettività, c’entra la lealtà con il testo: il rispetto dei suoi dati, tendenzialmente nella loro totalità. Ma non esiste un Foscolo oggettivo che è quello che sta sul libro: quello è il Foscolo soggettivo dell’autore del libro di testo, bevuto acriticamente da un insegnante ottuso. La lettura è un incontro, che implica tue domande e il rischio di un’ipotesi personale. Il rapporto che Dante ha con te, per esempio, non l’ha mai avuto nessuno in questi settecento anni: che cosa gli chiedi? cosa cerchi da lui? quale problema senti adesso e metti in gioco con lui?

“A noi spetta il compito di fornire strumenti”, dicono tanti insegnanti. Ti fermano nei corridoi e ti chiedono se hai già spiegato il testo argomentativo, e tu candido rispondi che “no, sto leggendo Leopardi”. Dovrebbero leggere La letteratura in pericolo di Tzvetan Todorov, che documenta quanto sia falso che «gli studi letterari hanno lo scopo principale di farci conoscere gli strumenti di cui si servono»: gli strumenti non sono il fine ma uno dei mezzi. 



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