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SCUOLA/ Da Leopardi a Todorov, istruzioni per vivere

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Giovanni Testori (1923-1993) (Immagine d'archivio)  Giovanni Testori (1923-1993) (Immagine d'archivio)

3 di notte. Sabato. Hai lasciato il telefono acceso, dopo la festa. Squilla. “Scusa, dormivi?”. Che stupido, cosa vuoi che faccia alle 3 di notte? È un tuo amico che chiama. Vi siete salutati da poco. “No, scusami, so che è tardi. Ma proprio non riesco a prendere sonno. Perdonami se ti sveglio, ma… hai presente la festa a cui siamo stati stasera? hai presente lei, quella di cui sono innamorato? Porca miseria, non riesco a prendere sonno! Non lo so, sono tornato a casa e mi si affollano tanti di quei pensieri… Ma non vedi tutti quelli che le ronzano intorno e la corteggiano? e lei, cretina, ci sta pure, non si rende conto che cercano solo un’avventura. Ma perché non si accorge di me? No, scusami, non è solo per lei che sto così: non lo so nemmeno io cos’è che mi manca, ma certe volte alla fine di una festa mi prende questa strana tristezza. È come se mi aspettassi ogni volta qualcosa di più che non arriva mai. Sono qua, con tutta la voglia di vivere che ho addosso, a rovinarmi il cuore, a sbattere i pugni, a non prendere pace. E a sentirmi, dopo essere stato in un mare di folla, solo come un cane. Mi capisci?”

Tu sei un suo amico. Svegliarti, ti sei svegliato. E ti sei pure immedesimato. È che non sai proprio cosa dirgli. Ti mancano le parole. Non ci sono molte parole da dirsi, in questi casi. Perché quella tristezza la conosci pure tu. E quel suo dolore ti ferisce il cuore. Ti verrebbe voglia di andare da lui, alle 3, col pigiama, e abbracciarlo. E rassicurarlo: “sono con te, ti capisco, succede anche a me”.

Certamente non ti sogneresti mai di chiudere il telefono e sentenziare: “Dunque, in questa telefonata il mio amico esprime la sua concezione pessimistica dell’esistenza. Egli nacque nella tal città il tal giorno. Sua madre faceva questo e quest’altro. La telefonata è durata 7 minuti e giungeva dal tal operatore. Notiamo anche una figura retorica: ‘solo come un cane’ infatti è una similitudine”.

Sarebbe da matti, vero? E allora perché i poeti li trattiamo così? Sono uomini anche loro, no? La telefonata non è altro che una rivisitazione della Sera del dì festa, scritta da un ragazzo di vent’anni di nome Giacomo Leopardi. Perché di quella poesia siamo bravi a fare interrogazioni del tipo: “Dunque, in questa poesia Giacomo Leopardi esprime la sua concezione pessimistica dell’esistenza. Egli nacque a Recanati nel 1798 eccetera eccetera”? Perché? Perché diciamo tante cose che scimmiottiamo dai paragrafi ma che non ci fanno entrare nel testo? Pavese era allarmato: «non si vede con che diritto, davanti a una pagina scritta, dimentichiamo di esser uomini e che un uomo ci parla».



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