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SCUOLA/ Edo e Michel, 18 ore non fanno un maestro

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A volte succede. Succede che tu riesca a capire, anzi, meglio, a vedere la bellezza della tua missione d’insegnante. Succede che le parole di George Steiner, lette in citazione nel bel libro di Massimo Borghesi Il soggetto assente, prendano vita davanti a te: “Non esiste una professione di maggior privilegio. Risvegliare in un altro essere umano forze e sogni superiori alle proprie; indurre in altri l’amore per quello che amiamo; fare del proprio intimo presente il loro futuro: è una triplice avventura senza pari”.

Prima della pausa natalizia, alla cerimonia di consegna dei diplomi dell’esame di Stato. Nella mia scuola, dall’anno scorso, si fa così. Tutti gli studenti delle ex classi finali vengono richiamati per ricevere, con tutti gli onori del caso, il loro diploma. “Ci vogliono i riti”, ha scritto Saint-Exupéry, e aveva ragione: un conto è ritirare un pezzo di carta, un anonimo certificato tra le anonime pareti di una grigia segreteria scolastica, un conto è farlo davanti al preside, ai tuoi ormai ex professori, a parenti e amici in uno spazio pubblico. Diventa una festa, con tanto di foto di gruppo, l’ultimo bel ricordo di un’avventura che ha preso un quarto della tua vita.

Edo, un mio ex studente, uscito col massimo dei voti, prende la parola a nome di tutti e fa un intervento magistrale. Con sicurezza, con abilità da comunicatore e anche da attore, incanta la platea raccontando, ora che è universitario, cosa gli manca della vita che faceva solo otto mesi fa. Suscita applausi, cenni di consenso, fa ridere e fa pensare. E io (lo posso dire?) mi sento felice e anche un po’ orgoglioso di quel ragazzo. Me lo ricordo ancora, in prima liceo, fresco di scuola media, un po’ intimorito, quando mi chiese: “Ma è vero che qui al liceo bisogna studiare anche tutto il pomeriggio?”. Glielo aveva detto la prof. d’inglese con le sue solite maniere da sergente di ferro, e lui stentava a crederci. Ed ora è lì e va avanti a parlare con un’incredibile sicurezza, con una disinvoltura ammirabile davanti ad un microfono, con una capacità di sintesi straordinaria. E tu pensi che qualcosa di grande deve essergli capitato in quei cinque anni, se da ragazzino incosciente (nel senso etimologico della parola) è diventato già un adulto sicuro e deciso.

Lo dice lui stesso, quando, dopo aver ringraziato tutto il ringraziabile, viene a parlare dei professori e del loro ruolo importantissimo, anche se non riconosciuto. “Si sono interessati a noi, hanno creduto in noi, anche quando noi credevamo poco in noi stessi. E non c’era alcun obbligo contrattuale per cui lo dovessero fare”.



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