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SCUOLA/ Anche i dati Ocse "bocciano" il decreto Carrozza

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Anche da qui emerge l'evidenza che uno scarso livello di competenze chiave sia indotto dall'inattività dei giovani che non esercitano e non accrescono le loro capacità (il punteggio di chi si è dedicato ad attività di formazione o è occupato è più alto rispetto a chi è rimasto fermo). Questo è vero soprattutto per gli oltre 2 milioni di giovani tra i 16 e i 29 anni che non studiano e non lavorano (Neet) e per i 700mila drop out che ogni anno abbandonano gli studi. 

Se è vero, come ci suggerisce l'indagine, che chi non lavora e non si forma non riesce bene a migliorare le proprie competenze, questa coscienza dovrebbe portare a operare più decisamente per contenere gli abbandoni e mantenere i giovani a rischio (più dotati di intelligenze pratiche e meno di quella cognitiva) nel circuito attivo di formazione delle competenze. Ciò, si fa innanzitutto potenziando la formazione continua, ma anche cercando di estendere la qualità e la quantità del nascente apprendistato in diritto-dovere e della nuova realtà, ormai a regime, dell'Istruzione e formazione professionale (IeFP). Quest'ultima, minacciata dalla facile deriva della scolasticizzazione forzata di un settore nato proprio come catalizzatore alternativo per i delusi dei tradizionali percorsi disciplinari.

Diversamente, queste attenzioni non emergono nel decreto lavoro di giugno e nel decreto scuola, approvato in settembre, che non sembrano puntare sugli strumenti più ovvi sui quali può essere utile investire per creare benessere e sviluppo. Aspettiamo, almeno, con incrollabile speranza, che i 560 milioni promessi nel triennio 2013-15 (poco più di 186 milioni l'anno) migliorino la qualità dell'istruzione dei diplomati rispetto a quella degli altri paesi.

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