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SCUOLA/ Decreto Carrozza, senza apprendistato l'istruzione non riparte

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Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (Infophoto)  Il ministro dell'Istruzione Maria Chiara Carrozza (Infophoto)

Continua incessante e tragico il susseguirsi dei dati sulle difficoltà dei giovani del nostro paese. Alti tassi di dispersione scolastica, una disoccupazione giovanile che passa dal 20% del 2007 al 40% attuale, gli sconfortanti dati della recente indagine Piaac-Ocse e così via.

Davanti a questo scenario sconfortante ci si aspetterebbe che il dibattito pubblico fosse fortemente concentrato nell'identificazione della cause del fenomeno e nella ricerca delle soluzioni che si possono realisticamente mettere in campo. Purtroppo invece una scarsa conoscenza delle cause stesse dei fenomeni unita a un tasso ideologico ancora elevato sembrano impedire la ricerca di soluzioni efficaci.

È sintomatico che il dibattito continui a avvitarsi contrapponendo il modello scolastico statale e licealista e il sistema di formazione professionale sussidiario incentrato sull'alternanza scuola-lavoro, basato su metodologie induttive che partono dall'esperienza, attento alla personalizzazione dei percorsi. Analoga è la contrapposizione tra impresa e sistema educativo. Basti pensare alla concezione che riguarda il tema dell'apprendistato (e in particolare di quello per i giovani). Da un lato vi è chi sostiene che l'inserimento nel mondo del lavoro è un fenomeno da ritardare nel tempo in quanto l'impresa non sarebbe abilitata ad essere soggetto educativo, dall'altro ci sono coloro che ritengono che sia sufficiente inserire tout-court i giovani in impresa per risolvere il problema. 

L'esito di queste contrapposizioni impedisce di trovare le soluzioni adeguate e così crescono le difficoltà dei nostri giovani e quelle del nostro sistema produttivo che, tra parentesi, continua a evidenziare la difficoltà di trovare figure professionali (parliamo di decine se non centinaia di migliaia di persone) da inserire nei propri organici.

Si tratta dunque innanzitutto di un problema culturale prima che legislativo e regolamentare. Infatti dal punto di vista legislativo esistono da anni due provvedimenti che se fossero stati portati a un adeguato livello di attuazione avrebbero potuto dare un contributo nella direzione giusta: la cosiddetta legge Moratti (53/2003) e la legge Biagi (30/2003).

Queste due leggi potevano essere l'architrave della via italiana al sistema duale. Anche in questo caso infatti la maggior parte dei fautori del mitizzato sistema duale tedesco sembrano non aver contezza della diversità del nostro tessuto produttivo e istituzionale. Dal punto di vista produttivo non può sfuggire che la dimensione media delle imprese italiane è di circa tre volte inferiore a quella tedesca, e questo implica che l'alternanza scuola-lavoro e lo stesso apprendistato debbono avere caratteristiche diverse. Analogamente quando si parla di centri per l'impiego pubblici si tralascia di ricordare che in Germania vi è una forte integrazione al loro interno tra le diverse politiche dell'orientamento, dell'erogazione di percorsi formativi e del collegamento tra domanda e offerta, mentre in Italia essi hanno avuto una lunga storia incentrata sugli aspetti di natura amministrativa (da questo punto di vista speriamo che l'attuazione della c.d. youth guarantee ne prenda atto). 



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