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SCUOLA/ Si possono insegnare le "domande" senza domandare?

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Raffaello, La scuola di Atene (1509-10) (Immagine d'archivio)  Raffaello, La scuola di Atene (1509-10) (Immagine d'archivio)

Questo permette innanzitutto di capire, a livello più immediato, che bisogna comprendere in che modo certi autori si sono posti certe domande, che non sono state sempre le stesse domande: hanno linguaggi diversi, hanno condizionamenti diversi. Dobbiamo riaprire perciò il dossier delle loro domande, per ciascun autore. Al tempo stesso, tuttavia, l'unica possibilità per capire la domanda di un autore è che noi stessi domandiamo. Quindi la domanda è come un'interfaccia: non è un'altra etichetta, ma è come un'attenzione dello sguardo filosofico che ci permette di riaprire la questione da cui parte un autore e in qualche modo ci accompagna con lui nella sua domanda. Fenomenologicamente parlando, il domandare rappresenta, mette in scena entrambi questi due poli, l'io e il dato. E questo è, almeno per me, il campo di forze, il campo di forze straordinariamente affascinante della filosofia. Perché è chiaro anche che la realtà ci precede, è più grande di noi − non è un rapporto speculare quello tra 'io' e 'realtà', ma è un rapporto sbilanciato e asimmetrico. La realtà viene prima di noi. Noi siamo nati. Ben prima che essere-per-la-morte, siamo nati; e quindi il fatto che siamo nati vuol dire che siamo dati, e cioè che c'è qualcosa che ci dà a noi stessi – chiamatelo x, per l'amor del cielo, la mamma, il papà, gli spermatozoi, gli ovuli, la natura, Dio – ed è evidente alla ragione che c'è qualcosa da cui proveniamo".

La modalità di lavoro della Bottega di filosofia è pensata proprio per sollecitare nei partecipanti l'attenzione a questo "domandare" della ragione, alla pratica e all'approfondimento della domanda, per reimparare noi stessi a pensare e, così, provocare i nostri allievi a prendere sul serio la propria domanda. 

Anche il prof. Carmine Di Martino, ancora un anno fa, insisteva sul fatto che reimparare a pensare è possibile soltanto se cerchiamo costantemente di mettere in luce i "presupposti inindagati" dei nostri saperi. 

A tal proposito lo stesso Edmund Husserl ci ammonisce circa il fatto che "l'umanità giunta alla ragione, esige dunque un'autentica filosofia. […] Ma proprio questo è il punto pericoloso! Esiste continuamente il pericolo di cadere in unilateralità e di darsi troppo in fretta per soddisfatti […]. Il filosofo deve quindi tendere costantemente a impadronirsi del senso vero e pieno della filosofia, della totalità dei suoi orizzonti infiniti. Nessuna linea conoscitiva, nessuna verità singola dev'essere assolutizzata e isolata. Soltanto in questa estrema auto-coscienza, che diventa a sua volta una delle componenti del compito infinito, la filosofia può esercitare la sua funzione, la funzione di realizzare se stessa e perciò un'autentica umanità. Ma anche questo rientra nell'ambito conoscitivo della filosofia giunta al grado di un estrema riflessione su se stessa. Soltanto attraverso questa costante riflessione la filosofia diventa una conoscenza universale. Ho detto prima che la via che la filosofia deve percorrere è quella che porta al di là dell'ingenuità. È qui il luogo di criticare il tanto conclamato irrazionalismo e insieme l'ingenuità di quel razionalismo che in genere viene scambiato per la razionalità filosofica […]. Ora se qualcuno chiede quale sia la fonte di tutti i mali attuali, occorre rispondere: questo obbiettivismo, questa concezione psicofisica del mondo, nonostante tutta la sua apparente ovvietà, è un'ingenua unilateralità che non è stata avvertita come tale. La realtà dello spirito, che viene presunto come un elemento reale dei corpi, il suo presunto essere spazio-temporale nella natura, è un controsenso" (Husserl, La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, Dissertazioni, 'La crisi dell'umanità europea e la filosofia', I, p. 349-350)




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COMMENTI
20/10/2013 - Taglia ed incolla (Sergio Palazzi)

Bene, benissimo. Perché troppo spesso della filosofia vista a scuola ci si ricorda solo che Kant era puntuale e Schopenhauer maltrattava le vecchie. Ma se abbiamo davvero capito il ruolo delle scienze (intese come plurali frammenti di un'unica Scienza), prendiamo l'articolo, facciamo un "taglia filosofia - incolla chimica / matematica / fisica" e riportiamo a questo modo di intendere gli scopi primi di tutto quello che spacciamo (ci fanno spacciare) per materie-scolastiche-da-studiare-sui-libri. E che invece sono le tante vie che l'Uomo ha inventato per trovare domande e dare risposte. Poi, che quella che curiosamente chiamiamo "chimica fisica" abbia saputo dare almeno qualche risposta rara ma verosimilmente definitiva ad alcune essenziali domande della filosofia, non ci sembrerà tanto strano. E darà senso e bellezza all'esperienza vitale di quelle povere creature, che ci ascoltano annoiate dai banchi.