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SCUOLA/ Se in 2a superiore non sanno più tenere in mano la penna

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Anche lui nativo digitale? (Infophoto)  Anche lui nativo digitale? (Infophoto)

Mi sono domandata qual è oggi l'apporto della scuola primaria alla corretta impostazione della scrittura, e mi sono ricordata che un tempo l'apprendimento della scrittura era preceduto da pagine di filetti, aste, cerchi, ecc., ma poi "si è buttato via il bambino con l'acqua calda". Recentemente Francesco Sabatini, presidente emerito dell'Accademia della Crusca, si è lamentato autorevolmente del fatto che nelle Indicazioni nazionali per il primo ciclo non sia presente la corretta grafia come obiettivo specifico della scuola primaria (si parla più genericamente di "acquisire le capacità manuali percettive e cognitive necessarie per l'apprendimento della scrittura") .

Così da un po' di tempo ipotizzo che a fronte dell'aumentare dei Dsa ci sia un disturbo specifico dell'insegnamento: credere che certe prassi della tradizione siano infantili, superate, prodotto di un modello negativo di scuola "che addestra". Con sorpresa recentemente, in un corso di aggiornamento organizzato dall'Associazione Italiana Dislessia, ho ascoltato un pedagogista raccomandare caldamente la pratica delle "cornicette", quelle che qualunque bambino fra i 4 e i 6 anni, ai miei tempi, faceva per gioco sulla carta a quadretti (ma l'adulto sapeva che sono fondamentali per l'allenamento dell'occhio e la percezione dello spazio della pagina). 

Penso cioè che sia giusto distinguere dislessici e disgrafici da coloro che non hanno potuto fruire di percorsi di apprendimento adeguati e rispettosi del loro processo di sviluppo. La scuola dovrebbe riconsiderare le metodologie utilizzate per insegnare la lingua scritta e, come ricorda anche la legge 170 sui Dsa, fondare tali metodologie su evidenze scientifiche rigorose e non su mode momentanee. È vero che ci sono stati dislessici e disgrafici anche in tempi remoti (per esempio Leonardo da Vinci probabilmente lo era), ma l'aumento attuale dei ragazzi con disturbi ci deve interrogare. 

Bisogna ricordare infatti che la scrittura non è un fatto naturale cui il cervello sia già predisposto, come il linguaggio, ma è un'invenzione umana capace di modificare il cervello (come emerge nel bellissimo libro di Maryanne Wolf Proust e il calamaro); ogni generazione che impara a scrivere ripercorre questa strada ex novo. A maggior ragione questo passaggio va presidiato nell'epoca dei pc e dei tablet, pena la regressione a una società e a una cultura precedenti all'invenzione della scrittura (dove il disgrafico e il dislessico se la caverebbero meglio degli altri), con le conseguenze non meramente funzionali bensì cognitive che questo comporta.

Non si vuole dire che la società dell'immagine e l'uso dei pc non ci abbiano aperto grandi opportunità: io ne ho tratto grande vantaggio anche in termini di organizzazione delle idee, di possibilità di rielaborare e di accesso alle informazioni. Oggi anzi al bambino disgrafico viene consentito l'uso del computer come strumento compensativo: si tratta di uno dei facilitatori che permettono al bambino di concentrarsi sul compito (per esempio scrivere un tema) senza spendere tutte le energie nella strumentalità (la grafia). 



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