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SCUOLA/ Bertagna: gli studenti stranieri non esistono

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Eppure da millenni si conosce questa verità e, da due secoli, la psicologia dell'età evolutiva e la didattica la conferma sul piano scientifico. Docere, del resto, non significa tanto "far lezione", "esporre conoscenze", a tanti o pochi, quanto rendere disponibile lo studente ad apprendere le conoscenze che si intendono condividere in modo significativo, attivando il suo diretto protagonismo. Dinamica che risulta più facile e favorita quando ragazzi più grandi sono preparati ad essere "docenti" dei più piccoli. Fra l'altro, poiché homines dum docent discunt (Seneca, Lettera a Lucilio 7,8), anche i grandi imparano meglio e, così, maturano. 

In questo contesto, quindi, l'insegnante tradizionale è chiamato ad assomigliare sempre di più al gouverneur dell'Emilio di Rousseau invece che al "maestro" un po' demiurgico di Comenio, per di più irrigidito nel paradigma ottonovecentesco del funzionario statale incaricato di trasmettere in maniera uniforme e gerarchicamente fedele in tutta la Nazione un verbo predefinito in altra e lontana sede da efori più o meno sapienti e misteriosi. Deve per forza diventare il regista originale  e creativo, ma intenzionale ed ordinato, di motivanti e varie occasioni di apprendimento sia personalizzate tra pochi sia organizzate tra e con tanti. Allo stesso tempo, deve per forza diventare un leader di gruppo, competente nel suscitare altre leadership tra colleghi e, soprattutto, tra gli studenti che gli sono affidati. 

Ebbene, dove maturano queste competenze professionali, oggi, i giovani che intendono diventare insegnanti? È utile affidarsi soltanto al "fai da te" e alle dure repliche dell'esperienza nelle supplenze, invece che mettere riflessivamente a tema queste problematiche in una delle  formazioni iniziali peraltro più lunghe in Europa?  

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