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SCUOLA/ Bertagna: gli studenti stranieri non esistono

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In una città lombarda il 46% degli ultimi nati (2013) è di genitori stranieri. Le percentuali diminuiscono nel resto della Regione, ma il tempo in cui la percentuale era "soltanto (?!)" del 20% è finito per sempre e per tutto il territorio. In queste condizioni, non ci vuole molto a riconoscere che la demografia disegna il futuro della nostra società molto più della sociologia o dei buoni sentimenti politici e religiosi. 

I problemi segnalati nella Lettera firmata pubblicata su ilsussidiario.net, perciò, come testimoniano anche i diversi casi che hanno a lungo occupato le cronache dei giornali all'inizio dell'anno scolastico, sono destinati a moltiplicarsi, non a diminuire. In questa prospettiva, è velleitario pensare di affrontarli e, soprattutto, sperare di risolverli sia affidandoci alle attuali norme ministeriali che obbligano al massimo del 30% di alunni stranieri per classe, sia sperando che tutti i docenti si comportino volenterosamente come Rosanna Frati ha testimoniato si possa fare anche nell'attuale condizione della scuola. È indispensabile, al contrario, assumere un'ottica di sistema e confrontarsi al più presto, perché è già tardissimo, con tre questioni che, a dire il vero, da dieci anni fa, con l'approvazione dell'osteggiata ma prospettica legge n. 53/03, potevano e dovevano diventare centrali nelle politiche formative e, in particolare, in quelle relative alla formazione iniziale e in servizio dei docenti. 

1. La prima invita a maneggiare con molta più cura di quanto accada il termine "studenti stranieri". È un'espressione astratta. Quindi equivoca. Un conto, infatti, sono gli studenti stranieri cinesi, un altro quelli rumeni, marocchini, kenioti, congolesi, senegalesi, boliviani ecc. Fare di ogni erba un fascio, senza personalizzare, è un'ingenuità antropologica, prima ancora che pedagogica, inaccettabile. Cambiano la religione, la mentalità, i criteri di giudizio delle cose e di conferimento di senso, le abitudini etiche e sociali e così via. 

Un conto, inoltre, dentro la diversità delle culture che formalizziamo nell'uguale aggettivo "straniere", sono i figli degli immigrati di prima generazione, un altro quelli di seconda e, a maggior ragione, quelli di terza. Hanno percorsi di apprendimento, esigono attività di insegnamento e richiedono dinamiche relazional-sociali in parte diverse (il che non significa separate), per risultare davvero efficaci. 

Tanto per fare un esempio limitato alla lingua, si sa che i ragazzi di prima generazione hanno, di solito, problemi notevoli con l'italiano. Quelli di seconda, invece, sono spesso bilingui, e quindi, da questo punto di vista, risultano perfino privilegiati rispetto ai nostri autoctoni monolingui, visto che possedere due lingue native, ed esercitarle significa anche avere maggiori connessioni neuronali e maggiori possibilità di sviluppare sensibilità traduttive, spazi di immaginazione, innovative elaborazioni culturali. 



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