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SCUOLA/ Quei docenti che piacciono tanto a sindacati e politica

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L'organizzazione della didattica che ne deriva richiede una figura di insegnante da distribuire nella solitudine di rigide caselle orarie delle materie e delle classi di età, dotato della stessa preparazione, degli stessi diritti, degli stessi doveri, degli stessi stipendi, dello stesso cursus professionale, fondato sull'anzianità. Profilo professionale e organizzazione della didattica sono in corrispondenza biunivoca. Non si può cambiare il primo, senza cambiare la seconda. Questo lo sanno gli insegnanti, i sindacati, la politica, l'opinione pubblica, cioè, principalmente, i mass media. Insomma, lo sanno proprio tutti. 

Questo ecumenismo conservatore dell'istruire e dell'educare si basa su una storia, che è stata incorporata nelle menti e che è divenuta cultura di lunga durata: quella dello Stato centrale nazionale, nella sua dimensione amministrativa, della partizione enciclopedica del sapere in perenne espansione, dell'organizzazione e dei metodi della produzione industriale. Esso produce un bacino elettorale di circa 10 milioni di persone, volte per ragioni diverse e convergenti alla conservazione del sistema così com'è e, perciò, del profilo professionale degli insegnanti, così com'è. 

Questi ultimi si agitano, si frustrano, si deprimono, si arrabbiano, si appassionano, ma finora hanno delegato ai sindacati e ai partiti la difesa della loro causa. Una specie di "volgo disperso che nome non ha". Si deve solo dire che se non si muovono loro, al loro posto non lo farà nessuno né per loro né per la scuola. 

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