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SCUOLA/ Uscire a 18 anni? Sì ma a 4 condizioni

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Scuola uguale per tutti? (Infophoto)  Scuola uguale per tutti? (Infophoto)

Alcuni fattori saranno questa scuola necessari: la parità di dignità dei percorsi formativi tra sistema dei licei e sistema dell'istruzione e formazione professionale; la pratica di percorsi ricchi di dimensione orientativa e di attenzione alle diversità personali; la limitazione, certo, ad un'uscita dalla secondaria a 18 anni (realizzata non col sacrificio della grande tradizione italiana della scuola dell'infanzia, ma con gli elementi migliori dei modelli Berlinguer-Bertagna); l'attuazione, finalmente, di percorsi di apprendistato fin dai 15 anni; il forte aumento della durata di esperienze di lavoro lungo tutta la secondaria superiore, intervallata da annuali e consistenti esperienze di studio e lavoro all'estero; la presenza di uscite, a diversi livelli, con titoli di qualifica, di diploma, di diplomi di istituti tecnici superori, tutti senza valore legale.

Per questo abbassare la scuola secondaria a 18 anni, se voluto e fatto seriamente (e non affidato a scuole elitarie, che hanno già una selezione dei migliori all'ingresso), oltre che una questione strategica per il confronto tra il nostro paese e quelli più avanzati, "sarebbe una rivoluzione per l'Italia" (Bertagna).

I caratteri di questa nuova scuola esigerebbero un'organizzazione della secondaria superiore secondo l'immagine dei "campus": centri scolastici dove i percorsi del sistema dei licei e quelli del sistema di istruzione e formazione professionale coabitino, con un unico organico di personale, in un'unica sede, con un'unica dirigenza. In questo modo si costituirebbe un ambiente che privilegia la scelta del singolo alunno tra o all'interno di sistemi diversi e si realizzerebbe la pari dignità delle  scelte, attraverso un'autocorrezione formativa. 

Il "campus", unito alla tanto sospirata autonomia, permetterebbe alle scuole superiori di superare l'attuale esasperata rigidità, di valorizzare doti, talenti, capacità e interessi, invece che restare "piccoli posti" di povere discussioni sui due punti da assegnare o no agli esami, piuttosto che dei "mezzi" o dei "meni" da contrattare negli scrutini.

4. A fronte di un serio ragionamento sul futuro della scuola secondaria, il muro opposto da anni dalla cultura sindacale rappresenta una posizione conservativa, anche solo restando sul mero piano sindacale dell'importanza delle risorse umane. Si finisce per non riuscire a guardare con novità, originalità e realismo a soluzioni, certo, tese a non ridurre le risorse di insegnamento, ma contemporaneamente per destinarle ad un'organizzazione mirata alla qualità, piuttosto che alla quantità. 

Se con la riduzione di un anno di percorso scolastico si debbono togliere 46mila posti di insegnamento, si tratta allora di discutere un loro "reinvestimento" in un sistema di didattica affidata all'autonomia delle scuole, con un organico unico di "campus", personalizzata nell'impostazione metodologica e diversificata nei percorsi, con laboratori per lo sviluppo degli apprendimenti per chi non riesce a raggiungere determinati standard qualitativi. 



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COMMENTI
01/11/2013 - Dove vogliamo andare? (enrico maranzana)

“Non si tratta di ridurre l’istruzione ed educazione a training, ma di rilanciare la sfida della CONOSCENZA come capacità di affronto del reale”. L’oggetto del mandato affidato alle scuole è: promuovere le competenze. Un traguardo che i nuovi regolamenti di riordino del 2010 hanno affrontato, dilatando l’immagine delle discipline: i problemi che ne hanno scandito l’evoluzione e i relativi metodi risolutivi sono stati collocati a fondamento della didattica [laboratori]. Una sfida che la scuola non ha accettato rifiutandosi di intraprendere un percorso di “forte riqualificazione professionale degli insegnanti e dei dirigenti verso le moderne sfide formative”. Per approfondire si veda in rete “Le carenze dei consiglieri del ministro MC Carrozza”.