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SCUOLA/ Uscire a 18 anni? Sì ma a 4 condizioni

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Scuola uguale per tutti? (Infophoto)  Scuola uguale per tutti? (Infophoto)

1. Anche l'Ocse ci conferma quello che esperienze pluridecennali ci hanno sempre insegnato: la quantità di anni e di ore settimanali del percorso scolastico non comporta necessariamente migliore qualità della formazione e, meno ancora, miglior aiuto ad un inserimento dei giovani nella vita attiva. 

I dati italiani sull'istruzione ci mostrano da anni che le regioni con la percentuale più alta (oltre il 40%) di giovani (19-25 anni) iscritti all'università sono Abruzzo, Molise, Lazio e Calabria, mentre quelle con le percentuali più basse (meno del 30%) Trentino, Val d'Aosta, Lombardia, Veneto e Piemonte, che non sono certo regioni che producono meno cultura e meno sviluppo delle prime.  

Non basta sostenere che dove c'è poco sviluppo l'iscrizione all'università o quella ai licei siano il ripiego di chi aspetta che la fila d'attesa per un posto di lavoro si accorci. In fondo questo equivale ad ammettere che la formazione universitaria, come quella liceale, hanno davvero scarsa connessione con la crescita economica.

È noto invece che in regioni come il Veneto, dove c'è stato sviluppo e piena occupazione, i giovani venivano rubati anzitempo agli studi. 

Le ultime ricerche AlmaLaurea hanno negli anni mostrato il progressivo calo del rapido inserimento dei laureati nel mondo del lavoro, a fronte di un progressivo aumento a vantaggio dei diplomati degli istituti tecnici e professionali.

Se allungare gli studi non significa per nulla migliorare qualità e sviluppo, la questione delle revisione della loro durata non può essere ridotta solo a limitare a 18 anni la secondaria superiore. 

Se il 44% dei diplomati del 2013, tornando indietro ai tempi dell'iscrizione alla scuola superiore, cambierebbe indirizzo di studio, qualche domanda sull'efficacia di quegli indirizzi e sull'aiuto alla loro scelta occorre pur porsela. 

Se lungo l'intero percorso statale negli istituti superiori dal 1° al 5° anno abbandonano, ciclicamente, circa 190mila studenti (cioè quasi un terzo degli iscritti alle classi prime); se l'aumento della dispersione è rilevabile in tutti i tipi di scuola: licei (dall'11 all'11,4%), tecnici (dal 15 al 16,6%), professionali (dal 22,3 al 24%) qualche riflessione sui modelli organizzativi e didattici risulta urgente. 

Non a caso esperienze formative di corsi professionali brevi, liberi nell'organizzazione, strettamente legati al territori hanno mostrato grande efficacia proprio nel saper recuperare abbandoni e frequenze.

2. Come già sostenuto su queste pagine, dietro ad apprezzamenti sulla fine delle scuole a 18 anni o su sperimentazioni in questa direzione, va chiamata in gioco l'impostazione complessiva del sistema dei cicli scolastici, come anche degli studi superiori dopo il diploma. 

Niente di nuovo: non è altro che quanto perseguito dall'originaria proposta di riforma Berlinguer (2000) e dalla prima versione di riforma Moratti (2001) stesa da Giuseppe Bertagna già nel 2001. 



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COMMENTI
01/11/2013 - Dove vogliamo andare? (enrico maranzana)

“Non si tratta di ridurre l’istruzione ed educazione a training, ma di rilanciare la sfida della CONOSCENZA come capacità di affronto del reale”. L’oggetto del mandato affidato alle scuole è: promuovere le competenze. Un traguardo che i nuovi regolamenti di riordino del 2010 hanno affrontato, dilatando l’immagine delle discipline: i problemi che ne hanno scandito l’evoluzione e i relativi metodi risolutivi sono stati collocati a fondamento della didattica [laboratori]. Una sfida che la scuola non ha accettato rifiutandosi di intraprendere un percorso di “forte riqualificazione professionale degli insegnanti e dei dirigenti verso le moderne sfide formative”. Per approfondire si veda in rete “Le carenze dei consiglieri del ministro MC Carrozza”.